La facilità con cui si chiedono le dimissioni di un ministro, indagato o sfiorato da un’inchiesta e dato in pasto al «popolo moralizzatore», non dovrebbe far cadere nel dimenticatoio i precedenti in cui ministri o sottosegretari sono stati «costretti» a rassegnare le dimissioni sull’onda di avvisi di garanzia e prime pagine di quotidiani «colpevoliste», per poi vedersi assolvere. Un esempio su tutti, quello di Clemente Mastella. Nel 2007, da ministro della Giustizia del governo Prodi, il politico di Ceppaloni viene indagato dall’allora pm Luigi De Magistris nell’ambito dell’inchiesta Why Not. Per un po’ il Guardasigilli tiene duro, finché, pochi mesi dopo, riceve un secondo avviso di garanzia per tentata concussione e sua moglie, Sandra Lonardo, viene arrestata con la stessa accusa. Mastella si dimette, Prodi perde la maggioranza e il governo va a casa. Passano gli anni e sia la prima che la seconda inchiesta si sciolgono come neve al sole. Un paio di anni prima a subìre la stessa sorte è il ministro della Salute, Francesco Storace, indagato nel cosiddetto Lazio-gate: un’incursione illegale nella banca dati dell’anagrafe del Comune di Roma e un’attività di spionaggio contro Alternativa sociale, il movimento di Alessandra Mussolini. Anche in quel caso non c’è scampo: dimissioni. Quando il premier, Silvio Berlusconi, gli chiede di rimanere, lui replica: “Sono un uomo di destra e non torno indietro”. La storia gli darà ragione. Dopo una condanna in primo grado, infatti, l’ex ministro viene assolto in appello «perché il fatto non sussiste». Difficile dimenticare anche il caso dell’ex ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, che nel 2010 viene accusato di aver comprato un appartamento, con vista sul Colosseo, in parte grazie ai soldi di Diego Anemone, l’imprenditore della famosa “cricca”. Per mesi Scajola si sgola nel dire che non sapeva del sovrapprezzo di un milione di euro versato alle proprietarie «a sua insaputa». Niente da fare, il messaggio non passa e ogni sua parola sembra peggiorare le cose, tanto che il ministro decide di rassegnare le dimissioni nelle mani di Berlusconi, pur non essendo, in quel momento, nemmeno indagato. Lo sarà poco dopo. Finché nel marzo del 2014, dopo anni di fango, viene assolto perché, afferma il giudice monocratico smontando le tesi dell’accusa, Scajola era realmente «inconsapevole» dell’intervento di Anemone. Pochi mesi dopo il reato cade in prescrizione. Più lontana nel tempo è la vicenda dell’ex pm, divenuto ministro dei Lavori pubblici, Antonio Di Pietro. Nel 1996, infatti, il futuro leader dell’Italia dei Valori finisce iscritto nel registro degli indagati a Brescia. L’accusa? Concussione e abuso d’ufficio. Di Pietro lascia il dicastero di Porta Pia, ma viene prima prosciolto dal gip e poi assolto in appello perché «il fatto non sussiste». È non è superfluo ricordare la vicenda di Nuccio Cusumano, nel 1999 sottosegretario al Tesoro nel governo D’Alema. Arrestato mentre è in carica e subito «dimesso», accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e turbativa d’asta, viene infine assolto. Lo stesso dicasi per Angelo Giorgianni, sottosegretario all’Interno del governo Prodi nel 1998. Viene accusato di aver insabbiato, quando era pm, l’inchiesta sulla «farmatruffa» nell’università di Messina. Si dimette e poi ne esce pulito. Dimissioni, dunque? Con juicio.
Storace, Scajola e gli altri Passo indietro e poi assoluzione
Luca Rocca La facilità con cui si chiedono le dimissioni di un ministro, indagato o sfiorato da un’inchiesta e dato in pasto al «popolo moralizzatore», non dovrebbe far cadere nel dimenticatoio i...
