Politica

Pd romano pericoloso. Parola del Pd

A diagnosticare la condizione di cattiva salute è stato Fabrizio Barca, economista ed ex ministro durante il governo Monti, che sta svolgendo una mappatura su 40 circoli

Che il Pd romano fosse un partito malato e diviso era noto da tempo. Adesso la certificazione è arrivata anche dall’interno, dall’indagine voluta da Matteo Orfini, presidente Dem e commissario a Roma dopo la vicenda Mafia Capitale che ha travolto la politica romana e il Campidoglio. A diagnosticare la condizione di cattiva salute è stato Fabrizio Barca, economista ed ex ministro durante il governo Monti, che con un team di esperti, da tre mesi, sta svolgendo un lavoro di mappatura su 40 circoli del Pd della capitale. Obiettivo? «Trovare la strada giusta per ripartire dalle esperienze migliori, individuando punti di forza e di debolezza del partito e confrontandosi in un rapporto a rete che è mancato in questi anni mentre dominava l’uso pletorico degli organi assembleari». Una «ricognizione sul territorio», arrivata a metà strada, preceduta dall’incontro con gli ultimi tre segretari del Partito democratico romano: Guido Milana, Marco Miccoli e Lionello Cosentino, dal quale emerge un quadro della situazione poco rassicurante. Le espressioni usate nella relazione intermedia, infatti, sono inequivocabili. «Si vanno delineando i tratti di un partito non solo cattivo ma pericoloso e dannoso: dove non ci sono trasparenza e attività, che lavora per gli eletti anziché per i cittadini e dove traspaiono deformazioni clientelari e una presenza massiccia di carne da cannone da tesseramento». Non solo. «Bisogna essere attenti a distinguerlo dal Pd che subisce inane lo scontro correntizio, le scorribande dei capibastone, e che svolge un'attività territoriale, ma senza alcuna capacità di raggruppare e rappresentare la società del proprio quartiere». Niente sconti, insomma, ma un atteggiamento molto critico su quanto evidenziato, a partire dall’atteggiamento poco collaborativo di alcuni circoli, restii a sottoporsi al questionario (49 domande divise in 6 sezioni), il principale strumento di indagine. «Situazioni a dir poco particolari si possono fotografare già in occasione della prima telefonata di contatto: c’è infatti chi risponde: “Provace a venì qui poi vedemo” o “ho da fare fino a primavera”». Circoli che in alcuni casi sono «talmente schiacciati sull’amministrazione da essere orfani di un pensiero proprio, lungi dal ruolo di pressione che dovrebbero avere» dove «è difficile distinguere tra una discussione di merito e la disfida tra le filiere correntizie». Un concetto, quello delle correnti, più volte sottolineato nella relazione, dove vengono messi in evidenza non solo gli aspetti relativi al partito «cattivo» e a quello «buono», che esprime «progettualità, capacità di raggruppamento, rappresentanza e che ha percezione della propria responsabilità territoriale», ma si fa riferimento anche a un «partito dormiente» dove si intravedono le «potenzialità e le risorse per ben lavorare, dove il peso di eletti e correnti è sfumato, ma che si è chiuso nell’autorefenzialità di una comunità a sé stante, poco aperta all’innovazione organizzativa, al ricambio, al resto del territorio». E’ questo il punto, secondo il team di esperti (volontari), che andrà analizzato ancora più attentamente al termine del lavoro che durerà sei mesi. «Se infatti il Pd romano che questa indagine può aiutare a costruire nascerà dalla messa in rete e, quando opportuno, dall’accorpamento delle realtà che hanno qualcosa di utile da mettere in campo, si dovrà essere attenti a dare forza e voce e strumenti di rete a ogni risorsa che possa contribuire al cambiamento. Ma senza imbarcare tutto». Il monito finale.

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