Politica

Autogol del Parma. Arrestato il patron

Altre 21 custodie cautelari. In manette anche un commercialista liquidatore di una società nominato dalla Ragioneria dello Stato INTERCETTAZIONI "Ruba sui conti e carica le card"  Da Calisto Tanzi a Manenti

Montagne di soldi che partono da Palermo e arrivano anche alla società del Parma calcio del patron Giampietro Manenti accusato di autoriciclaggio per circa 4 milioni e mezzo, prima volta che in Italia si applica questa ipotesi reato. Una girandola di denaro fermata prima che finisse nelle tasche sbagliate. È la mega operazione portata a termine dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza, coordinata dalla Procura di Roma. Il bilancio: 22 arrestati, una valanga di indagati e svariate decine di perquisizioni in diverse città d’Italia, dal Piemonte alla Sicilia, compresa la Ragioneria generale dello Stato. Infatti, oltre a Manenti le indagini coinvolgono funzionari ritenuti infedeli della Ragioneria generale dello Stato e altri soggetti vicino alla mafia. L’inchiesta avrebbe fatto emergere connessioni con la criminalità, la complicità di un gruppo di hacker in grado di bucare le casseforti virtuali di 15 banche in tutto il mondo, di svuotare le carte di credito (bloccati in tempo 10 milioni di dollari e 30 milioni di euro) e rimettere quel denaro su card in bianco. Un flusso che poi avrebbe infilato i soldi nella lavatrice di fondazioni di benificenza. Il sistema era ingegnoso: nascondere le somme versandole su siti Internet (Oculus, appunto) come donazioni a onlus in India, Romania e Brasile. E poi riprenderle dividendo la cifra: il 30% restava in Fondazione, il 60% ai pirati informatici e il rimanente 10% alla organizzazione che aveva tra le mani soldi senza macchia. Secondo gli inquirenti, un artificio di cui si sarebbe avvalso anche il patron del Parma Giampietro Manenti, ieri finito in manette con gli altri. Le carte narrano di due inchieste. La prima parte nel settembre 2014 con una nota della Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia, tira in ballo la Ragioneria Generale dello Stato e tocca Palermo, operazione conclusa con cinque custodie cautelari: quattro in carcere (Stefano Nannerini, Maurizio Antonio Persico, Gianfranco Pasquale Persico e Domenico Mastroianni). E una ai domiciliari (Giuseppe Cavalluzzo). L’altro fascicolo - battezzato Oculus - è una costola del precedente corpo accusatorio, arriva al Nord e riguarda gli hacker e il Parma Calcio, terminata con 17 arresti.     I MILIONI DI PALERMO Nell’88 il ministero dell’Economia destina soldi al capoluogo siciliano per vari lavori e anche per l’ordine pubblico. La "Gestione fuori bilancio" (Gfb), così si chiama la società, va a gambe all’aria. Ha debiti per circa 60 milioni di euro. Il Mef corre ai ripari. Nomina un commissario liquidatore con la missione di saldare i conti avendo però a disposizione poco più di 24 milioni. Lui è il commercialista romano Stefano Nannerini. E non fa tutto da solo. Sopra c’è il ministero che nomina una Commissione di vigilanza sovrintesa dall’ispettore generale capo della Ragioneria Domenico Mastroianni (pure nei collegi sindacali di Rai, Zecca dello Stato, Coni Servizi e università La Sapienza). Ma Bankitalia scopre tre operazioni sospette. Si accorge che i soldi della Gfb sembrano spariti, che Nannerini li avrebbe destinati a parenti, a sue società e anche a Maurizio Antonio Persico (funzionario della Ragioneria) e al fratello Gianfranco Pasquale, consulente finanziario vicino alla Banca dell’Etruria e del Lazio dove Nannerini aveva il conto coi 24 milioni.     DALLA MAFIA AL PARMA Sono state proprio le presunte spese pazze del commercialista a portare magistrati e finanzieri sull’altro binario investigativo. A novembre l’avvocato messinese Domenico Gangemi spedisce in Procura una pendrive con la registrazione di una conversazione tra lui e il professionista. Nannarilli appare disperato: «Non mi rimane che decidere... O quattro anni dentro... oppure spararmi... perché la banca non doveva permettere un discorso del genere... ed è complice del discorso». Il liquidatore della Gfb parla di oltre 4 milioni di debiti. Pare che lui volesse investire nell’energia verde parte dei soldi sottratti. Da un fornitore campano avrebbe comprato pannelli fotovoltaici, ma la mafia coi suoi metodi sarebbe riuscita a sfilargli l’impresa lasciandogli il costo sulle spalle. La Finanza mette sotto controllo i telefoni dei personaggi sospetti. Ed è così che sarebbe arrivata agli hacker: i catanesi Giuseppe Costanzo e Gianluca Cirnigliaro, il romano Rodolfo Cernuto e il romeno Costantin Marius Boveneau. Gli investigatori scoprono come "bucano" le banche e trasferiscono i soldi. A reinvestirli ci pensano Paolo Ranieri, Giuseppe Trigilio, Adelio Zangrandi, Roberto Lorenzato, Massimo Carpignato e Angelo Dionigi Augelli. Sarebbe lui l’anello di congiunzione con Giampietro Manenti. L’accordo è: facciamo spendere i soldi a sponsors e altri prodotti gestiti dal Parma, quindi destinati alle cassa della società calcistica. La metà (circa 4,5 milioni) va al patron, il resto all’organizzazione.

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