Politica

Vendola: voglio sposarmi e avere figli

Il leader di Sel replica a Dolce e Gabbana: in questo Paese l’omofobia uccide «Il pensiero di diventare padre c’è sempre stato ma finora l’ho rimandato»

L’ha ridetto un’altra volta. In un’intervista a Chi. «Vorrei sposarmi con Ed». Il soggetto è Nichi Vendola che, dell’anelito al suo matrimonio, ha fatto un’antologia, piuttosto martellante nel corso degli ultimi anni. La controparte è Ed Testa, al suo fianco da oltre un decennio, rivoluzionario del lessico tanto da chiedere al mondo, qualche anno fa, dalle colonne di un’intervista a Vanity Fair, di essere chiamato «First Gentleman», genialata così innovativa da aver ampiamente bruciato sul tempo le trovate di Laura Boldrini, allora non ancora approdata alle istituzioni. Si vogliono sposare, dunque, Nichi ed Ed, ma non è una novità. Come non è una novità che il Presidente uscente della Puglia dichiari di «riflettere sulla paternità». Anche questo desiderio, infatti, l’aveva già espresso in passato. L’aggancio all’attualità di questi giorni viene perciò automatico: «Che cosa penso di Dolce e Gabbana e della loro difesa della famiglia tradizionale? Credo che dall’alto del loro rango sociale non comprendano davvero che cosa vuol dire vivere in un Paese dove l’omofobia uccide e il deficit di diritti pesa su molte vite». Tu quoque, Nichi? Sì, anche lui si è pronunciato. E non poteva essere diversamente, visto che contro Domenico Dolce, reo di aver detto un no categorico ai figli in provetta per le coppie omosessuali, si è scatenata tutta l’orda possibile del politicamente corretto. Un rumoroso e variopinto popolo ammassato sul torpedone Priscilla, la Regina del deserto (dal celebre film di Stephan Elliott su simpatiche drag queen). Su cui è montato di buona lena anche Vendola. Che con il suo eloquio pindarico, ha fatto un minestrone con tutto dentro: omofobia, violenza, diritti. Aggiungendo confusione a quella, già nutrita, di questi giorni. Nel corso dei quali ognuno, spezzettando il proprio vissuto e mercificandolo con il proprio linguaggio, ha creato una gaia macedonia, colorata come tutte le macedonie, ma indigesta se propinata in abbondanza. Dove c’è finito dentro di tutto. Ed è finito dentro, triturato, anche Stefano Gabbana che, pur avendo difeso la libertà di Dolce di rivendicare la sua opinione, sul merito dei figli si è espresso in maniera diametralmente opposta, ma evidentemente nel mondo alto il brand assorbe la persona. Dolce&Gabbana sono, come Dolce&Gabbana vanno attaccati. Siamo partiti da una questione molto seria, cioè di bambini e amore omosessuale, e siamo finiti ad una mascherata di mutande da boicottare, vestiti da bruciare e guerra a suon di tweet e di interviste. Un fumettone dove il lato mediatico prevale sugli aspetti culturali e civili e tutto viene distorto per alimentare un banchetto infarcito di promozione di sé a cui accorre, a mano tesa, ogni componente del salotto buono internazionale. L’impressione è che, con questo andazzo, non si capirà più nulla. Come non si è capito più nulla sulla questione dei matrimoni tra omosessuali contratti all’estero. Anche lì, la ribellione dei sindaci al divieto di trascrizione ha assunto i contorni di una iniziativa rumorosa a beneficio di telecamere, titoli dei giornali e propaganda politica, che ha fatto sfociare una materia importante, il modo in cui affrontare le richieste delle coppie omosessuali, in una vicenda di guerre burocratiche e ricorsi amministrativi. Ora, con il discorso figli, la stessa cosa. Ognuno, com’è normale che sia, la vede a proprio modo. Vendola, sempre a Chi, ha detto che «la paternità è un pensiero che riposa in un angolo della mia vita e che ho sempre rimandato. Sicuramente ho sempre amato il mondo dell’infanzia e vorrei scrivere un libro di filastrocche per bambini». Però, per com’è montata la storia, sarà incasellata nell’archivio delle fragorose boutade del vippame. Non sarà la prima né l’ultima. Ma discutere sui diritti è un’altra cosa. Intanto, se davvero sarà la volta buona, auguri a Nichi Vendola. Per i figli maschi, però, sia consentito, tacciamo.

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