«Io non mi dimetto. Contro di me non c’è niente. Questa è solo una manovra in chiave elettorale». Maurizio Lupi, nel giorno più difficile da ministro delle Infrastrutture, ripete per tutto il giorno il suo mantra. Nessun passo indietro, anche se la cronaca della giornata politica fa registrare l’improvviso smarcamento del Pd. È il sottosegretario Graziano Delrio - l’unico che lunedì l’aveva difeso pubblicamente - a certificare un cambio di linea inaspettato: «Io non ho elementi per dire che si deve dimettere - spiega l’esponente renziano - non è una cosa nella nostra disponibilità. Poi ci sono le decisioni che spettano al singolo, le valutazioni che si stanno facendo in queste ore e una valutazione pare sia in corso». Ma Lupi decide di non cedere. Dal suo entourage, anzi, fanno filtrare che nel corso della giornata i contatti con Renzi sono frenetici e che mai il premier avrebbe chiesto al ministro un passo indietro. Addirittura si fa sapere che Lupi ha firmato il decreto che ripartisce i 50 milioni destinati ai Provveditorati per le Opere Pubbliche per interventi urgenti in materia di dissesto idrogeologico. Quasi a voler trasmettere l’immagine di un uomo totalmente concentrato sui dossier più importanti del governo e certamente non in fuga dai riflettori, com’era apparso a chi lo aspettava invano in mattinata a Montecitorio per la «Relazione sulla sicurezza ferroviaria». Fin qui la versione del ministro. Ma sia dal Nuovo Centrodestra che dal Partito Democratico vengono esternati punti di vista diversi. In pubblico i colleghi di partito fanno quadrato intorno a lui, la totale fiducia gli viene ribadita anche in un vertice a tre con Alfano e Quagiariello. Ma a microfoni spenti qualcuno lo descrive particolarmente provato per il polverone mediatico che si è sollevato intorno alla sua amicizia con il «dominus» degli appalti Ercole Incalza. A sconfortare Lupi, in particolare, il coinvolgimento del figlio. «Per ora non si dimette - spiegano gli alfaniani - anche perché Renzi non può aspettarsi che siano sempre gli altri a levargli le castagne dal fuoco. Ma non sappiamo quanto possa resistere. Non è abituato a reggere una pressione del genere». Dal Pd i distinguo sono più marcati e ufficiali. Mancano gli attacchi dell’ala dura e pura, ma è il presidente del partito Matteo Orfini a esporsi: « È evidente e necessario che Lupi debba chiarire alcuni aspetti, immagino lo farà, lo dovrà fare innanzitutto col presidente del Consiglio» dice Orfini. «Adesso - continua - siamo ad articoli di giornali, ci sono delle cose che destano inquietudine e preoccupazione. È chiaro che occorre un chiarimento, vedremo le forme, ma penso sia necessario che chiarisca alcuni aspetti, poi si faranno le valutazioni». Il problema è che i Democratici si sentono nel mirino del fuoco dell’opposizione, che peraltro procede ancora una volta in ordine sparso. A un atteggiamento prudente di Forza Italia, fa da contraltare la mozione di sfiducia presentata da M5S e Sel. Che sarà sì discussa alla Camera, dove il governo ha numeri rassicuranti, ma rappresenta comunque l’occasione per attaccare tutto l’esecutivo e non solo il ministro delle Infrastrutture. Ad esempio, il MoVimento 5 Stelle fa notare come l’avvocato di Incalza altro non sia che Titta Madia, zio di Marianna ministro per la Pubblica amministrazione. Lo stesso legale, secondo i grillini, sarebbe l’estensore della risposta che Lupi diede all’interrogazione presentata dal M5S mesi fa per chiedere le dimissioni di Incalza. Titta Madia si difende sostenendo che in Aula fu semplicemente citata una sua relazione sui problemi giudiziari di Incalza. La mozione di sfiducia individuale non è l’unico problema di Lupi. La conferenza dei Capigruppo al Senato ha dato l’ok unanime (quindi anche con i voti di Ncd e Pd) alla richiesta della Lega affinché il ministro vada al più presto in Aula («magari anche domani») per riferire «dello scandalo che sta succedendo nel suo ministero». Ma, al di là degli aspetti tecnici, a pesare più di ogni altro fattore è l’assordante silenzio di Matteo Renzi, che non ha speso una sola parola per commentare l’inchiesta della Procura di Firenze né gli aspetti che riguardano Lupi. Una scelta non casuale, visto che i rapporti tra i due non sono mai stati idilliaci e fin dalla nascita dell’esecutivo Renzi l’esponente ciellino era stato tra i più riluttanti, nel Nuovo Centrodestra, all’idea di proseguire nell’accordo di governo con il centrosinistra. Una riluttanza che, ora, potrebbe costargli molto cara.
Anche il Pd per il passo indietro Lupi resiste. Per il momento
Nessun passo indietro per il ministro, anche se la cronaca della giornata politica fa registrare l’improvviso smarcamento del Pd
