Politica

Settecento anni tra santi, intrighi e pellegrini

Nel 1300 il primo Giubileo indetto da Papa Bonifacio VIII. Dante ne parlò nell'Inferno

Non è difficile ricollegare l’ indizione dell’Anno Santo da parte di Papa Francesco alla necessità che l’uomo compia un percorso per riappropriarsi del suo posto centrale del mondo sottratto da molti fattori sfuggiti di mano (come la crisi economica oppure alle tensioni religiose). Proprio il percorso, il cammino, è infatti il segno distintivo della storia dei Giubilei. Ogni Anno Santo, infatti, abbracci la società del suo tempo fino a condizionarne persino il pensiero e l’arte. Basti pensare al primo, indetto, nel 1300, da Papa Bonifacio VIII. Pellegrini che accorrevano a Roma e divennero subito letteratura, anzi, La letteratura. Sì, perché mentre i fedeli affrontavano le strade perigliose per giungere nella città del Papa, ve n’era un altro che compì un viaggio anche filosofico, escatologico e profondamente politico: Dante Alighieri. La Divina Commedia, il “percorso” per eccellenza, è ambientata infatti proprio nell’anno del primo Giubileo. E non a caso Dante riporta, nel XVIII Canto dell’Inferno, l’enorme calca intorno a San Pietro, con le transenne a Ponte Sant’Angelo per dividere deflusso e afflusso di folla. Evidentemente, a Roma c’era stato, e la mescolanza tra vissuto e arte conferisce a quest’ultima un peso spirituale. Che ritroviamo anche in Francesco Petrarca (nel Canzoniere, al XVI Sonetto, scrive dell’ostensione a Roma della Veronica, cioè il sudario con impresso il volto di Cristo, in occasione del Giubileo, siamo nel 1350) e in Giovanni Pascoli, che compose La Porta Santa in occasione dell’Anno Santo del 1900. Cammino, dunque, ma anche richiamo verso un'unica meta. E, soprattutto cesura. Il Giubileo, secondo la tradizione, rappresenta infatti anche una sorta di momento per rivedere, ripensare. Fin dall’Antico Testamento, laddove, nel Levitico, ne leggiamo l’originaria statuizione: “ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia (…) non farete né semina, né mietitura (…) potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi”. Quindi una fase di uscita dall’ordinario. Che in molte occasioni, nella storia della Chiesa, non ha seguito la scansione usuale, (dall’intervallo di 100 anni con Bonifacio VIII, ridotto a 50 nel successivo pontificato di Clemente VI e ancora a 25 con Niccolò V attorno al 1450). E qui sta l’introduzione dei Giubilei straordinari come quello annunciato ieri da Papa Francesco; il precedente fu nel 1983, indetto da Giovanni Paolo II per i 1950 dalla morte di Cristo, e prima ancora nel 1933 ad opera di Pio XI. Facendo un’operazione di associazione secolare, non è raro vedere come molti Giubilei si svolsero in anni decisivi per la storia. A partire, ovvio, dall’ultimo, quello del 2000. Il primo Anno Santo coinciso con un cambio di millennio e un cambio di millennio che, almeno nel comune sentimento sociale, rappresentava un momento di svolta intriso di retorica. Come se tutto dovesse subire una forte spinta verso il futuro. E quel Giubileo, interpretando lo spirito dei tempi, ebbe proprio una grande carica mediatica, realizzando lo spirito di Giovanni Paolo II che, proprio come Bergoglio, ben conosceva e sapeva utilizzare i linguaggi della comunicazione. Anche il 1933 fu decisivo per la storia del mondo. La Grande Depressione negli Stati Uniti conobbe il suo drammatico picco, mentre, in Germania, salì al potere Adolf Hitler. Anche questo che viviamo è un anno particolare. L’anno in cui il mondo comincia, come pare, a risvegliarsi dalla crisi economica. In cui grava una minaccia di sangue su tutto il mondo libero e cristiano. L’anno in cui, forse più di sempre, facciamo i conti con un fenomeno migratorio che ci chiama a difendere (e per certi aspetti ripensare) la nostra società. Ben venga, dunque, una chiamata «spirituale», dall’indubbio valore anche laico,verso la riscoperta di se stessi e degli altri.

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