La procura generale ce l’ha messa tutta per inchiodare Silvio Berlusconi, addebitandogli la «passione del drago» per le ragazze minorenni e poi, per far prevalere le proprie tesi, andando indietro nel tempo fino alla condanna di primo grado, tentando di oscurare l’assoluzione piena ottenuta in appello. Ma è stato tutto inutile. Alle 23.50, dopo nove ore di camera di consiglio, la sesta sezione penale della Cassazione, presieduta da Nicola Milo, ha confermato l’assoluzione del Cavaliere. Berlusconi, dunque, non è colpevole di prostituzione minorile né di concussione. Non è stato provato che fosse consapevole della minore età di Karima El Mahroug, alias Ruby, quando la ragazza è stata ad Arcore, né che abbia costretto o indotto il capo di gabinetto della questura di Milano, Pietro Ostuni, a rilasciare Ruby nelle mani di Nicole Minetti. Non ha commesso nulla di tutto ciò. E dunque, il processo che più di ogni altro ha gettato fango sulla storia del Cavaliere, si basava sul nulla. Non c’erano prove che fossero stati commessi reati, solo fatti, discutibili o meno che siano, che attengono alla vita privata di un uomo. Il procuratore generale della Cassazione, Eduardo Scardaccione, aveva chiesto di annullare l’assoluzione e rinviare gli atti alla Corte d’appello di Milano per un nuovo processo e in buona sostanza per rideterminare la pena a sette anni (sei per la concussione e uno per la prostituzione) inflitta in primo grado. Per il pg, infatti, le accuse contro l’ex premier erano «pienamente provate», perché non c’è dubbio che chiedendo di «affidare» Ruby alla Minetti, Berlusconi sapesse che fosse minorenne, visto che «l’affido si usa solo per i minori». Scardaccione ha anche ricordato che fu l’ex moglie di Berlusconi, Veronica Lario, a parlare della «passione del drago» di suo marito, e ha aggiunto che «l’episodio nel quale Silvio Berlusconi racconta che Ruby è la nipote di Mubarak, è degno di un film di Mel Brooks e tutto il mondo ci ha riso dietro». Quanto alla telefonata in questura, il pg non ha dubbi nel definirla una «pressione irresistibile» e una «violenza grave, perdurante e inammissibile». Insomma, «una costrizione» certa (che persino Ilda Boccassini aveva escluso). Ma a vincere, stavolta, è stata la difesa. L’avvocato Franco Coppi, pur non contestando i «fatti di prostituzione» avvenuti ad Arcore, ha evidenziato la mancata prova che Berlusconi sapesse della minore età di Ruby non la notte in cui, telefonando in questura, ne chiese l’affido alla Minetti, ma tre mesi prima, quando la giovane marocchina si recava a casa dell’allora premier. Ha poi rammentato che quando lo scoprì, il Cav non la volle più ricevere. Lo stesso Coppi ha sottolineato che, come riconosciuto dalla sentenza d’appello, le procedure per il rilascio di Ruby furono tutte rispettate: identificazione, foto segnalazione, ricerca di una comunità per l’affido. Quanto alla presunta minaccia al capo gabinetto della questura, per Coppi fu solo una telefonata «nella quale Berlusconi dice che c’è una consigliera regionale pronta a prendersi carico di Ruby. Niente di più». Filippo Dinacci, l’altro legale del Cav, lo aveva detto che il ricorso della procura generale contro l’assoluzione era «inammissibile e infondato». Gioco, partita, incontro.
La Cassazione "assolve" Silvio su Ruby
Camera di consiglio infinita per stabilire se Berlusconi è colpevole o innocente. A mezzanotte il verdetto che conferma quello pronunciato dalla Corte d’Appello
