NAPOLI Pare proprio che alle primarie la legalità sia secondaria. Cinesi, camorristi, buoni pasto e bigliettoni cash: c’è di tutto nella commedia umana che il Pd campano mette puntualmente in scena allorquando si avvicina una tornata elettorale e bisogna trovare un candidato di partito o di coalizione. A Giugliano in Campania, il terzo Comune più popoloso della regione con i suoi 115mila abitanti, domenica primo marzo in undicimila sono andati alle urne in vista delle amministrative di maggio. Giusto il tempo di iniziare lo spoglio, però, ed è scoppiata l’ennesima «bomba democratica»: preferenze in vendita per 30 euro e un paio di ticket restaurant. La voce gira nei seggi e non solo. La polizia inizia a interessarsi alla cosa e comincia a fare domande. D’un tratto, viene fuori un video amatoriale in cui un uomo (ignorando di essere ripreso) parla di un vero e proprio tariffario elettorale. Millanteria? Calunnia? Polpetta avvelenata? Tutto può essere. Ma per ora il commissariato ha acquisito il filmato e ha iniziato a buttar giù una prima relazione da inviare alla magistratura in attesa di interrogare qualche testimone. E questo è niente. La storia (recente e meno recente) dimostra che il Pd ha un rapporto quantomeno travagliato con appuntamenti del genere. A Ercolano, qualche decina di chilometri più a sud, la segreteria provinciale ha congelato il tesseramento perché, sui 1.200 iscritti, una trentina apparteneva alle famiglie camorristiche più in vista della zona. Cognomi tristemente noti come Ascione, Birra, Papale che hanno scoperto, d’un tratto, l’interesse per la politica e per le sorti dell’Amministrazione comunale. Si sono tutti innamorati di Renzi, all’improvviso. Inutile dire che pure a Ercolano erano previste le primarie ma, con questi chiari di luna, non se ne parla proprio. Troppo alto il rischio che gruppi organizzati inquinino quella che dovrebbe essere, al di là della retorica dem, un’occasione di confronto e di partecipazione dal basso. Dunque, tutto fermo. Per ora. Pare infatti che la Dda stia seguendo con interesse il caso e abbia affidato alcuni accertamenti ai carabinieri. Ma qui arriviamo al nocciolo della questione: come inquadrare dal punto di vista del codice penale una discussa votazione interna a un movimento politico? Che reati si commettono in casi del genere? Forse è su questo dubbio che s’è incagliata l’informativa che i militari dell’Arma di Torre Annunziata tardano a trasmettere al pm in relazione alle «truppe» di camorra che il 23 gennaio 2011 monopolizzarono i seggi di Miano, uno dei quartieri di Gomorra, in occasione delle primarie per la scelta del candidato sindaco di Napoli. Dai telefoni sotto controllo di alcuni «broker» di Gragnano emerse l’interessamento del clan Lo Russo nella gestione delle votazioni nella periferia nord di Napoli. Il prezzo, allora, era di 50 euro comprensivo della preferenza anche per le amministrative: paghi uno, voti due. Non male, per la verità. «Prepariamoci che a Napoli succederà il casino», si lascia scappare un faccendiere al cellulare intercettato mentre discute di incarichi e poltrone. E in effetti il casino è successo. Prima le file di cinesi e immigrati arruolati per 5 euro, poi le ombre terribili della criminalità organizzata. Alle urne di Miano sbancano in due: Andrea Cozzolino (sconfitto, pochi giorni fa, da Vincenzo De Luca per la corsa alle regionali) e Umberto Ranieri, pupillo e uomo di fiducia dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Nessuno dei due è indagato né accusato di comportamenti scorretti, ma il boom di preferenze insospettisce gli investigatori e anche i vertici del partito che annullano tutto, spalancando di fatto le porte di Palazzo San Giacomo alla cavalcata trionfale di Luigi de Magistris. E questo senza considerare il precedente del killer Catello Romano, condannato per l’omicidio del consigliere comunale di Castellammare di Stabia Gino Tommasino (Pd) che nel 2009 era tesserato coi democrat correndo addirittura alle primarie cittadine. Fin qui il fronte napoletano. Da circa un anno, invece, la Procura antimafia di Salerno ha aperto un fascicolo sulle consultazioni democrat del 2012. C’è da scoprire perché, nell’appartamento di un imprenditore edile sospettato di amicizie coi boss dell’Agro-nocerino-sarnese, siano state trovate durante una perquisizione decine e decine di tessere in bianco, firmate dall’ex segretario Pierluigi Bersani per la campagna 2012 ma non appartenenti al «pacchetto» numerato che la direzione nazionale aveva consegnato alla federazione provinciale. Chi gliele ha procurate? A chi sono servite? E soprattutto: perché il Pd continua a farsi male da solo in questo modo?
Camorra e primarie Partono le indagini
Voti comprati e candidati scomodi Scoppia il caos nel Pd campano
