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E il Divo gli disse: non mollare la poltrona

Nel 2008, da presidente della Provincia, Matteo incontrò Andreotti a Firenze Gli offrì la sedia e il vecchio leader gli suggerì: non la ceda mai, neanche in affitto

E il Divo gli disse: non mollare la poltrona

E' morto Giulio Andreotti

Questi son tempi nuovi, di passaggio. Imprevedibili. Si comincia con una rottamazione e si finisce a Giulio Andreotti. Lui è Matteo Renzi, il presidente del Consiglio che con la partita politica sul Quirinale ha sbaragliato con la sua ghirba fiorentina gli avversari politici e persino gli alleati di Governo, senza rimorsi o tentennamenti, al punto che visto da vicino più che a Giorgio La Pira sembra assomigliare a Giulio Andreotti, il Divo inciso a inchiostro (da estimatori ed odiatori, comunque la pensiate) nella storia italiana.

Sarà che il leader democristiano amava «andare più ai battesimi che ai funerali» e che nei palazzi del Potere - oltre ad un romanesco talento per la battuta sapida - si è mosso sempre con agio, ma i due si sono persino incrociati. Certo, in quel giorno, non ci fu da parte della cronaca il clamore di un avvenimento, perché troppo giovane era il Renzi e ormai anziano e oltre il potere Andreotti.

Quel giorno, il 19 maggio del 2008, Giulio Andreotti era salito a Firenze, per partecipare ad un convegno del Genio fiorentino. E lì avvenne l’incontro, galeotto ma anche pedagogico per il rottamatore. Si, perché seppur brevemente, il divo Giulio ebbe modo di elargire un consiglio politico al Renzi, all’epoca presidente della Provincia, che lo aveva invitato a accomodarsi sulla propria poltrona. «Posso darle un consiglio? Non ceda mai - suggerì Andreotti al giovane Matteo - la sua poltrona, nemmeno in affitto».

Un consiglio, certo, una battuta ma anche un modus vivendi della politica. Nella città di Machiavelli, infatti, la birbanteria unita alla lucidità, è da sempre il companatico del cinismo e dell’arte di Governo. Non sono in contraddizione, il vizio e la virtù, ma si esaltano, a vicenda. Andreotti, che era stato da giovane tra i principali collaboratori di Alcide De Gasperi, sosteneva che lo statista democristiano era «morto senza eredi», anche se occorre comunque «non dimenticare mai - aggiungeva - di dare uno sguardo al passato».

Una lezione che Renzi, nella sua allegrezza politica postnovecentesca, sembra aver ben presente. Lui che nel 2009, un anno dopo il consiglio di Andreotti, dopo essere diventato sindaco, andò a pregare sulla tomba di Giorgio La Pira, dicendosi commosso e di non avere ambizioni nazionali: «Penso a Firenze - sottolineò - posso dare una mano al Partito Democratico governando bene Firenze».

Una manona, vista oggi, con Renzi alla guida del Paese, ma questa in fondo è l’arte della politica. Perché come ha scritto Andreotti, «in politica i tempi del sole e della pioggia sono rapidamente cangianti» e per avere ragione bisogna anche avere qualcuno che te la dia. Perciò, la porti un bacione a Firenze, pardon un Giulio Andreotti. Di certo sarà più sagace di una rottamazione.

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