«Berlusconi non è certo di buon umore...». È di Giovanni Toti la rappresentazione plastica del «cul de sac» nel quale Forza Italia è stata precipitata da Renzi. Una situazione dalla quale, alla vigilia della quarta e probabilmente decisiva votazione per il Quirinale, appare impossibile uscire senza danni. Perché il leader azzurro rischia di apparire non solo come lo sconfitto della partita del Colle, ma anche come un generale alla guida di truppe sempre più sfilacciate. Se - come l’orientamento di ieri sera suggeriva - si decidesse di votare scheda bianca, il rischio di folte truppe di «franchi soccorritori» (copyright di Gasparri) mostrerebbe l’immagine di un partito sfilacciato e infedele. Se - con una giravolta alla quale Berlusconi non sarebbe nuovissimo - si appoggiasse invece Mattarella, l’ex premier apparirebbe come colui che si è piegato al diktat di Renzi. Ieri, a inizio giornata, si era in realtà palesata una terza via. Ma è stata proprio quella la scintilla che ha provocato l’ennesimo accesissimo scontro con Raffaele Fitto. Nei contatti mattutini coi fedelissimi, a Berlusconi viene suggerito di proporre l’uscita dall’Aula alla quarta votazione, in modo da impedire il soccorso a Renzi di chi, tra gli azzurri, pur di colpire il Cav è disposto a traghettare Mattarella al Colle. La mossa ha i suoi rischi, e lascia perplesso lo stesso Berlusconi, convinto che un simile «Aventino» avrebbe come unico risultato quello di inimicarsi il prossimo Capo dello Stato. Per discuterne meglio, però, il capogruppo al Senato Paolo Romani annuncia per le 12 un ufficio di presidenza. Ed è lì che esplode lo scontro: «È un’ottima iniziativa solo se è un preannuncio di dimissioni e azzeramento - attacca Fitto - in caso contrario, è l’ennesima riunione autoreferenziale e priva di legittimazione. Non abbiamo bisogno di poche badanti che pretendano di decidere senza di noi e sopra le nostre teste». Non è un annuncio di scissione, ma il senso è lo stesso: da adesso non accettiamo più ordini, per noi stessi decidiamo solo noi. Il primo effetto è la bocciatura della linea aventiniana: «Non partecipare è un atto senza senso sotto il profilo dell’opportunità e della ragionevolezza - insiste Fitto - un altro segno di confusione politica, di assenza di strategia, di oscillazione tra governismo a tutti i costi e marginalità a tutti i costi». Di fatto l’europarlamentare pugliese costringe alla retromarcia un già poco convinto Berlusconi. La scelta, specie dopo il riavvicinamento di Alfano a Renzi e il comunicato «ecumenico» del premier, è votare scheda bianca «per rispetto istituzionale». Aprendosi al rischio di almeno una trentina di franchi tiratori dalle nostalgie democristiane. Fitto non si ferma. In serata riconvoca i suoi in un hotel del centro. Stando a quanto riferiscono i presenti, i «frondisti» avrebbero ora superato le quaranta unità. Si propende anche in questo caso per la scheda bianca, ma l’appuntamento è rinnovato per stamattina alle 8, probabilmente per attendere le ultime mosse di Silvio. Che ora davanti a sè non ha molte alternative. Se non quella di fare un po’ la voce grossa con Renzi sulle riforme. «Se credono di essere autosufficienti, facciano da soli, soprattutto al Senato...» ammonisce Renata Polverini. «Renzi chi?» ironizza Toti, scimmiottando il premier. Ma ad aver voglia di scherzare, tra gli azzurri, ieri erano in pochi.
E Berlusconi alza scheda bianca
L’ex Cav costretto a rinunciare all’«Aventino» per non spaccare il partito LEGGI ANCHE Silvio, il miglior nemico di Mattarella
