Resta un nome su tutti: Giuliano Amato. Sia chiaro, la corsa per scalare il Quirinale è sempre irta di ostacoli, sorprese e colpi di scena. Ma al momento Amato appare il candidato in pole position. In giornata è venuto meno anche la prima scelta di Matteo Renzi, Pier Carlo Padoan. Il premier in verità resta coperto ma in tarda mattinata vede Angelino Alfano, il quale al termine dell’incontro, commenta: «Con il momento che stiamo vivendo, di passeggio costituzionale fondamentale, è bene che ci sia qualcuno che conosca le regole». Poi stringe il cerchio: «Preferiamo un politico che abbia esperienza, relazioni, una onestà indiscussa e nessuno scheletro nell’armadio, di modo che stiamo tranquilli nel momento in cui si stanno cambiando 40 articoli della Carta costituzionale. Oggi non era il giorno per fare nomi ma oggi è emerso con chiarezza che serve una persona che abbia forte esperienza nelle istituzioni, solide relazioni internazionali e capacità di gestire delicati momenti istituzionali». Insomma, un ritratto che esclude del tutto il ministro dell’Economia. E appare del tutto ovvio che a tagliarlo fuori sia Alfano e non Renzi, il cui esplicito no potrebbe suonare come uno stop al più importante esponente del suo dicastero. D’altro canto il titolare di via XX settembre non avrebbe potuto superare l’esame Berlusconi. O meglio, il Cavaliere non avrebbe potuto farlo passare al vaglio del suo partito dopo che Forza Italia ha condotto una battaglia contro la politica economica del governo Renzi. In serata Paolo Romani (FI) conferma: «Siamo abbastanza d’accordo con Renzi sul fatto che prossimo presidente della Repubblica dovrà essere una personalità di alto profilo e arbitro qui di con capacità politica, che si renda conto di come applicare le riforme, che abbia dimestichezza politica. Non un tecnico». Berlusconi sarebbe disponibile ad accettare Giuliano Amato e in subordine Pier Ferdinando Casini, candidato dell’area centrista anche se con l’ex presidente della Camera restino ancora le ruggini del passato. E Renzi? Amato non è il massino dal suo punto di vista ma sa anche che la sua seconda carta, Sergio Mattarella, non è gradito a Berlusconi che non è disponibile a mandare al Colle uno dei cinque ministri della sinistra Dc che nel luglio 1990 uscì dal governo Andreotti rischiando di farlo cadere sulla legge Mammì per il riassetto televisivo tanto cara all’allora patrona di Fininvest. Renzi ha un solo punto fermo. Tieni più di tutto a far passare il presidente alla quarta votazione. Ormai per lui è diventato più importante confermare questo profilo di decisionista, al contrario del suo predecessore Bersani che proprio sull’elezione del Quirinale due anni fa finì per incartarsi e decretare di fatto la sua caduta politica. Già, Bersani. Adesso ruota molto attorno a lui. Renzi non vuole spaccare il partito e spera che sia la minoranza interna a farsi avanti su Amato. Magari anche dilaniandosi un po’. Perché per esempio Massimo D’Alema difficilmente potrebbe opporre il suo no al suo ex ministro del Tesoro, mentre invece non avrebbe problemi a riconfermare la sua opposizione Pippo Civati che così si spingerebbe sempre più verso la scissione. Renzi aspetta. Attende la minoranza dem. Non era ieri il giorno delle decisioni e così Berlusconi, capita l’aria, ha rinunciato a recarsi a palazzo Chigi. Potrebbe andarci oggi, nell’ambito del giro di consultazioni che Matteo sta mettendo in campo. Il premier, d’altro canto, se dovesse riscontrare l’eccessiva freddezza su Amato, potrebbe giocare la carta per sparigliare: Anna Finocchiaro. Sullo sfondo gli rimangono tra le mani ancora le ipotesi Walter Veltroni che con Berlusconi fece proprio l’accordo sulle tv di fine anni Ottanta. Infine Piero Fassino. D’ora in poi, ogni ora è dec
Tramonta Padoan, in pole resta Amato
L’ex premier piace a Berlusconi ma Renzi aspetta che si scopra Bersani In pista rimangono Finocchiaro, Veltroni, Fassino. Scende Mattarella
