A nche ieri tutti a ri-parlare di riforma della giustizia. In rincipio fu la riforma della custodia cautelare, nella torrida estate del 1995. Poi sarebbero arrivate le proposte sulla prescrizione, le intercettazioni, la riorganizzazione del Csm, la separazione delle carriere e tanto altro ancora. È il Sacro Graal della politica italiana, il riordino della Giustizia: tutti lo inseguono, nessuno riesce ad agguantarlo. Tanto che la buonanima di Francesco Cossiga, stufo degli infiniti ping-pong, se ne incaricò direttamente. «Il pacchetto sulla giustizia l’ho fatto io, perché per la riforma serve un colpo di maglio che questo governo non può dare. E certo non possono essere considerati tali i provvedimenti di c...a presentati dal Guardasigilli». Era il 2002, e a Palazzo Chigi sedeva Silvio Berlusconi con l’ingegner Roberto Castelli a Via Arenula. Tredici anni (e qualche Premier) dopo la situazione non è cambiata. Oggi, per frenarla o sabotarla, i conservatori evocano il presunto indebolimento della lotta alla corruzione così come un tempo avveniva con quella alla mafia. Più che proposte organiche, sono stati realizzati degli spezzatini più inutili che altro. Oddio, qualche prova di forza c’è stata. Il 16 dicembre 2004, Ciampi non firmò la riforma dell’ordinamento giudiziario votata dalla Casa delle Libertà rimandandola alle Camere per alcuni profili di incostituzionalità e scatenando l'ira funesta del pelide Silvio B. Fatti i dovuti aggiustamenti, la legge fu approvata nel 2005 ma durò appena due anni perché superata dalla doppia controriforma del ministro Clemente Mastella (allora militante nel Gabinetto Prodi) del 2006-7 con cui venivano ridisegnate e riformulate competenze e funzioni tutte interne alla vita della Casta in toga. Cosmesi regolamentare, o poco più. Perché quel che realmente interessa ai cittadini non è mai stato affrontato né col centrodestra né col centrosinistra a Palazzo Chigi. Certo, le difficoltà sono ciclopiche. Ci sono le firme sanculotte che sparano ad alzo zero su ogni possibile ipotesi di intervento. C’è l’Associazione nazionale magistrati che minaccia le barricate. C’è il Csm che interviene con pareri vincolanti non tanto nella forma quanto nella sostanza. E ci sono soprattutto le divergenze politiche tra gli stessi alleati. Quand’era al Governo Berlusconi, erano i centristi di Pierferdinando Casini e Marco Follini ad andarci coi piedi di piombo. Quando è toccato a Prodi, a sorvegliare gli equilibri, erano i pretoriani dipietristi di Italia dei Valori e di Rifondazione comunista. Ogni tanto qualcuno, anche recentemente, ha tentato a riprendere il discorso. «La riforma della giustizia è necessaria anche sotto il profilo della ridefinizione delle regole e limiti ai fini di equilibrio nei rapporti tra giustizia e politica», suonò la carica nel luglio 2008 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ricevendo applausi e apprezzamenti bipartisan, ma zero risultati. Il Cav, nel 2010, annunciò trionfante una «grande riforma della giustizia penale» ma fu sbugiardato poco dopo dal presidente della Camera Gianfranco Fini che disse no a iniziative finalizzate a «punire o penalizzare la magistratura». Silvio la ripromise un anno dopo ma fallì perché, nel frattempo, con la scissione di "Futuro e Libertà" e la tempesta finanziaria dello spread, fu costretto a lasciare la guida del Governo nelle mani di Mario Monti. Silvio ebbe giusto il tempo di dire, al termine del G8 di Deauville in Normandia, che non avrebbe abbandonato la vita pubblica «fino a quando in Italia non ci sarà una giustizia giusta e giudici che giudichino secondo il merito e non secondo il fatto che un imputato sia amico o nemico». Su questo è stato di parola.
«Riforma della giustizia». Il Sacro Graal dell’ovvio
Simone Di Meo Anche ieri tutti a ri-parlare di riforma della giustizia. In rincipio fu la riforma della custodia cautelare, nella torrida estate del 1995. Poi sarebbero arrivate le proposte sulla...
