Politica

Rieccolo, più lo butti giù e più (il Cav) si ritira su

Berlusconi torna «agibile» con il premier

Certo è che sulla nuvoletta rosa su cui è seduto, Andy Warhol si starà mangiando le mani. Perché il destino baro gli ha impedito di fare uno dei suoi ritratti a quello che l’avrebbe meritato più di tutti: Silvio Berlusconi. Multicolore, pieno di sfumature, pugno nell’occhio. Così, infatti, è cromaticamente riassumibile l’esperienza politica di un uomo che è un gioco di parole. Centrale, da sempre, ma non centrista. Mutante ma non mutevole. Perché, in fondo, Berlusconi è rimasto sempre Berlusconi. Indecifrabile politicamente nei suoi ben marcati contorni umani. E adesso è tornato fondamentale, irrinunciabile per un Renzi che sembrava Shinkansen, treno proiettile giapponese, è invece si è ritrovato italianissimo Regionale Veloce fermo per guasto in una stazione di provincia da un unico binario. E ha avuto bisogno di una locomotiva. Perché forse, in questi giorni, stiamo assistendo ad un Nazareno al contrario: l’ospite, Berlusconi, è diventato il coinquilino che paga le bollette e il condominio. Ma mette bocca sulla spesa al supermercato. Come nella famosa barzelletta dove il leader di Forza Italia passa a miglior vita e va a colloquio con Dio illustrandogli il suo piano di riforma del Paradiso. «Tutto giusto», gli dice il Padre Eterno «ma non capisco perché io dovrei fare solo il vice presidente». Più che storiella è la metafora di un eterno «rieccolo», il balzo fulmineo in testa alla fila. Mammamia, here we go again, titolò l’Economist, nel 2008, quando il Pdl stravinse le elezioni. «Mammamia, ci risiamo», come nella canzone degli Abba. Che, ben più dell’inno di Forza Italia, potrebbe essere la colonna sonora dei ventuno anni berlusconiani. Lo davano per finito a dicembre ’94, quando una manovra di Palazzo lo tirò via dalle stanze chigiane. E gli spiriti più funerei della politica bussarono più volte alla sua porta nella traversata del deserto, che durò, di fatto, da quel momento al 2001. Ancora si racconta di una riunione, nel ’97 in cui disse a degli increduli Fini e Casini: «Ho un piano, vi porto tutti a Palazzo Chigi». Era il periodo del prodismo più pallidamente luminoso, e di qua della barricata era un po’ il deserto dei Tartari. Aveva ragione lui. Il centrodestra inanellò una lunga serie di vittorie, dalla Provincia di Roma del ‘98 alle Europee del ’99, poi le regionali del 2000 e le politiche del 2001. Il contratto con gli italiani, i «meno tasse per tutti» e gli «impegni concreti» che salutavano l’Italia dai 6x3 spuntati come funghi in tutte le città. Una coalizione monstre, dalla Lega all’Udc, fino ai piccoli socialisti e repubblicani, i rituali della politica che sfilacciarono il leader, fino al 2005, quando sembrava di nuovo vicino alla pensione dopo il perentorio 12-2 incassato per mano della sinistra alle regionali. Rieccolo, ancora, nel 2006, in quella notte elettorale in cui l’altalena di risultati lo pose ora alle stelle ora alle stalle per poi lasciarlo giù, all’alba, premiando di nuovo Prodi, come dieci anni prima. Rieccolo nel 2007, montare sul predellino dell’automobile, poco prima di Natale, per annunciare che avrebbe smontato Forza Italia per fare il Pdl, la grande casa dei moderati. «Siamo alle comiche finali», sentenziò Fini. Ma era solo l’inizio dell’ultimo quarto della partita. Che sarebbe durata fino al 2011. Berlusconi spazzato via da una tempesta perfetta di perizomi, minigonne, spread e manganellate (politiche) della antipatica teutonica. Fino ad oggi, primo tempo supplementare con la storia. Rieccolo, mutato di nuovo perché mutante da sempre. Non più senatore. Non più uomo libero, considerando i vincoli della condanna che sta scontando. Leader, ancora, di un partito che gli si sgretola sotto e che forse neanche vuole più. Rieccolo, tendere la mano al suo figlio catodico, Renzi. Cresciuto a pane, «Drive In» e Mike Bongiorno. Con una differenza: mentre il «figlio» ha sotterrato Marx, Gramsci e Berlinguer, il padre ha fatto un filmino a Tocqueville, Craxi e magari un po’ anche alla «signora Thatcher». Prendendo un po’ di questo e un po’ di quello, un collage identitario indefinito dove si passa al prossimo ospite come nei programmi della D’Urso. Forse, «padre e figlio» decideranno insieme il Presidente della Repubblica. Ma quale Amato. Mandate Gianfranco D’Angelo. Sarebbe il degno ossequio alla storia. E Andy Warhol, da lassù, farebbe un sorriso.

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