Sarebbero un migliaio le persone «attenzionate» dalle procure italiane e dall'intelligence nostrana. L'allarme per le infiltrazioni terroristiche nel Belpaese è alto e così le forze dell'ordine stanno monitorando ogni minimo movimento, ogni accesso sospetto su internet o anche semplici acquisti di documenti falsi. Non si tratta obbligatoriamente di presunti appartenenti a cellule terroristiche o di «cani sciolti» ma di una notevole quantità di persone che vengono osservate attentamente per comprendere se i loro crimini appartengono alla sfera della comune delinquenza o si tratta di soggetti legati al mondo vicino al terrorismo islamico. Dall'altro lato della barricata sono in molti a cercare di capire la loro posizione agli occhi della giustizia italiana. Sono soprattutto cittadini nordafricani, originari del Marocco, dell'Algeria e della Tunisia. Chiamano importanti studi legali, magari avvocati che li hanno seguiti in precedenti cause. Chiedono tutti la stessa cosa: «Sono indagato?». I contatti degli avvocati vengono spesso forniti dai traduttori, visti come il trait d'union con il mondo della giustizia, persone incontrate poche volte ma che parlano bene la lingua madre dei soggetti che hanno paura di essere coinvolti nelle indagini. Effettivamente, i fascicoli aperti nelle diverse procure italiane iniziano a diventare parecchi. In Sicilia, ad esempio, la procura di Palermo e quella di Catania hanno aperto due fascicoli distinti. Appare quasi scontato in una regione dove, solo nel 2014, sono approdati 197mila migranti. Un numero enorme che moltiplica il pericolo ha naturalmente portato gli inquirenti a investigare sul fenomeno. Così nel capoluogo siculo, il pubblico ministero Gery Ferrara ipotizza che alcuni infiltrati dell'Isis sarebbero sbarcati in Sicilia insieme a centinaia di migranti disperati, donne e bambini che fuggono da una terra che gli stessi infiltrati contribuiscono a rendere invivibile. Una volta arrivati in Italia, queste persone verrebbero indirizzate da «colleghi» con regolare permesso di soggiorno. Sarebbero loro, immigrati stabilitisi in Italia da anni, a fornirgli i primi supporti necessari e ad aiutarli a trasferirsi al nord della penisola o all'estero. Anche la procura di Catania, ad ottobre, dopo lo sbarco a Pozzallo di tre egiziani sospettati di avere legami con cellule terroristiche, ha aperto un fascicolo sulle stesso tema. In Sicilia l'allarme è aumentato anche grazie alla vicenda legata a Hamdi Chamari, studente modello di Mazara del Vallo nato a Castelvetrano ma di origini tunisine. «Sembriamo vigliacchi in questo paese! Abbiamo equipaggiamento e materiale, bisogna andare e distruggere le loro case» sono queste le parole che Hamdi Chamari scambiava con gli amici. Secondo i Ros, Hamdi avrebbe organizzato una cellula terroristica tra la Sicilia e la Puglia. Il reclutamento e gli «insegnamenti» sarebbero avvenuti in una moschea, ad Andria, per poi proseguire su internet, mentre ai piedi dell'Etna trovava spazio un campo di addestramento. Il ragazzo, insieme a quattro sodali, è stato condannato dal Tribunale di Bari a tre anni e quattro e mesi di reclusione. Adesso però, il giudice che ha giudicato questa cellula italiana, Antonio Diella, sarà costretto a vivere sotto scorta. La decisione, presa dalla prefettura del capoluogo, è giunta proprio in seguito all'attentato di Parigi. Anche il Guardasigilli Andrea Orlando, nella relazione alle Camere sullo stato della giustizia, è intervenuto sul tema: «La crescente minaccia del terrorismo pone l'obbligo di un rafforzamento degli strumenti di prevenzione e repressione» ed è «ineludibile introdurre nuove misure per rendere selettivi e stringenti i controlli sui materiali che potrebbero essere usati per attentati e sulle misure contro gli stranieri combattenti» ha spiegato.
Sono 1.000 (e non 100) gli «attivisti» nel mirino
In Sicilia fascicoli su possibili infiltrati tra i migranti LEGGI ANCHE La filiera albanese alla periferia di Roma
