Si sapeva sarebbe avvenuto, anche se molti nella stessa Forza Italia si auguravano il contrario, ma fra Berlusconi e Alfano, i separati in casa del centrodestra, era inevitabile che si ritrovassero, prima che fosse pronunciato il divorzio definitivo fra loro. I ritorni di fiamma fra due che hanno promesso solennemente di dimenticare le reciproche esistenze, sono in genere la conseguenza di situazioni emergenziali, meglio di sopravvenuti stati di debolezza. Fra Berlusconi e Alfano, quindi fra FI ed Ncd, le debolezze emerse sono state diverse negli ultimi mesi: preoccupante calo elettorale di entrambi gli schieramenti, crescente tendenza centrifuga di un elettorato visibilmente disorientato e non più fideisticamente legato alla mistica del Capo, improvvisa e imprevista crescita della Lega di Salvini, oggi con vocazioni non più territoriali, in vertiginosa salita, fino a porre il segretario del Carroccio nella posizione di possibile nuovo leader della destra. Tutto ciò si è verificato mentre incominciavano a materializzarsi situazioni e necessità politiche decisive per il Paese: nuova legge elettorale ormai improcrastinabile, la riforma costituzionale che dovrà portare al monocameralismo con l’abolizione del Senato, ma soprattutto la grande partita che si dovrà giocare per la presidenza della Repubblica e, da maggio, la scadenza delle Regionali. Considerando il parterre dei personaggi che ieri sera si sono incontrati alla Prefettura di Milano, si può parlare di un vero e proprio vertice fra arnesi affatto nuovi dello schieramento di centrodestra, gli stessi che ne hanno accompagnato la grave crisi di consensi: Lorenzo Cesa proconsole di Casini, Maurizio Lupi e Gaetano Quagliariello guardaspalle del segretario dell’Ncd, Niccolò Ghedini e Giovanni Toti sentinelle pronte al sacrificio dell’inossidabile Cavaliere, tutti a fare da contorno a loro due, Alfano, del quale Berlusconi aveva pubblicamente denunciato l’assenza del quid, il traditore per molti di Forza Italia, e lo stesso Berlusconi accusato di recente dall’ex delfino di voler fare lo scendiletto della Lega e di tutto il repertorio nazionalista e antieuropeo di Salvini. Dal novembre 2013, quando si consumò la rottura fra Berlusconi e Alfano tutto è avvenuto tranne che la rinascita del centrodestra, ferito a morte dal colpo di Stato di Napolitano che portò al governo tecnico di Monti, di fatto una sospensione della democrazia. Berlusconi e Alfano si lasciarono tra lacrime, platee vocianti, urla di tradimento, ma il loro non era certamente lo strappo violento che nel 2010 divise definitivamente Fini dal Cavaliere. Fu certamente una separazione all’insegna dell’ambiguità, un addio che assomigliava tanto a un arrivederci, un gioco di apparenze e di sottintesi. Lo disse, quasi con paterna comprensione, lo stesso Berlusconi, nel discorso al Consiglio nazionale della rinata Forza Italia: «Il gruppo che nasce oggi apparirà come un sostegno alla sinistra, ma dovrà per forza fare parte in futuro della coalizione dei moderati». E l’ex delfino Alfano nella accaldata conferenza stampa del pomeriggio, definitosi diversamente berlusconiano e pronto a rassicurare: «In futuro saremo accanto a Forza Italia in una grandissima coalizione che superi la sinistra». Le incognite erano su quanto lontano fosse il futuro e soprattutto su chi dovesse infine guidare la partita. Intendiamoci, non è che l’happening di ieri sera abbia incominciato a risolvere i problemi che numerosi sono insorti fra FI ed Ncd nel corso dell'ultimo anno. Bisognerà vedere come i due tronconi del centrodestra affronteranno, ad esempio, la questione del necessario coinvolgimento della Lega nell’operazione, attesa la montante ostilità di Salvini nei riguardi di Alfano, soprannominato sprezzantemente «ministro dell’immigrazione» dal segretario del Carroccio, oltretutto ferocemente contrario a tutto ciò che ha il sapore e l’odore del «Nazareno». Il patto è nondimeno il piatto forte su cui conta Berlusconi, che tuttavia sa benissimo di non poter fare a meno della Lega, se vuole recuperare una speranza di successo per un ricomposto centrodestra. Il più vicino terreno di verifica è quello delle prossime elezioni presidenziali. Alfano, che ha rimpinguato il suo asfittico 3% alleandosi con Casini e altri cespugli del centro, porta in dote 150 parlamentari per il grande ballo del Quirinale, 150 sulla carta, perché nel segreto dell’urna può succedere di tutto, ma ai quali Berlusconi può aggiungerne teoricamente altri 100, così da presentarsi al confronto con Renzi con una carica di 250 grandi elettori. Nasce da questo ipotetico, ma non del tutto sicuro schieramento di forze, l’incontro di Milano, organizzato per disegnare per se stessi una sopravvivenza futura più che per parlare di alta politica. Gli ultimi sondaggi danno il centrodestra a soli 3-4 punti sotto il Pd, ma dovrebbe mettersi insieme tutto il centrodestra, cosa non del tutto certa, anche in considerazione che i Fratelli d’Italia della Meloni erano assenti al vertice di Milano. Senza contare un particolare non secondario: la nuova legge elettorale prevede il premio alla lista e non alla coalizione. Oggi Forza Italia è terza dopo i 5 Stelle e rischia di scivolare al quarto posto, se continuerà a crescere il Carroccio. Se passa questa legge, secondo Fitto, con il 3% di sbarramento promesso da Berlusconi per fare un favore a Ncd, il patto del Nazareno condannerebbe Forza Italia all’opposizione per altri 10 anni. E Fitto si porta dietro una quarantina di parlamentari decisi a tutto. Possono sembrare aspetti tecnici, e invece la riforma elettorale e quella costituzionale cambieranno il volto del sistema politico e istituzionale. Gli incontri dei prossimi giorni fra Berlusconi e Alfano dovranno tenere conto di questi problemi, anche se il piatto forte è il Quirinale. Per il Cavaliere il prossimo presidente non dovrà essere un ex comunista, un notaio che faccia comodo a Renzi. Forse questa è l’unica condizione che trova d’accordo tutto il centrodestra. Ma attenti a non considerare già ricomposto lo schieramento frantumatosi nel novembre de 2013. L’unica consolazione per i «commensali» di ieri sera in Prefettura a Milano, è che il Pd ha guai uguali, se non peggiori. E il dessert è ancora lontano.
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di Riccardo Scarpa
