Politica

Matteo regala le Popolari agli stranieri

Oggi il varo della riforma per farle diventare spa. Le scalate saranno più facili

Dopo aver aperto le porte del made in Italy agli stranieri, ora Renzi si appresta a spalancare le cassaforti del risparmio alle grandi banche d’affari internazionali. Con una fretta senza precedenti e quindi sospetta, il premier è pronto a varare nel Consiglio dei ministri di oggi un provvedimento che stravolge il mondo delle banche popolari. La riforma sarà contenuta in un decreto, come se ci fosse un’urgenza e di conseguenza limiterà al massimo il dibattito in Parlamento. Al momento sul testo ci sono solo indiscrezioni ma tali da aver messo in agitazione il settore, sindacati compresi che dal canto loro temono ripercussioni sugli organici. I pilastri della riforma dovrebbero essere l’abolizione del voto capitario (una testa un voto), del tetto al possesso azionario e del numero minimo dei soci (200). Verrebbe così abrogato l'articolo 30 del Testo unico bancario che nei primi due commi prevede che ogni socio abbia un voto, qualunque sia il numero delle azioni possedute; inoltre nessuno, direttamente o indirettamente, può detenere azioni in misura eccedente l'1% del capitale sociale, salva la facoltà statutaria di prevedere limiti più contenuti, comunque non inferiori allo 0,5%. Si tratta di norme che se da un lato ingessano il processo decisionale dall’altro sono una difesa per gli istituti da ingressi esterni. Con la riforma le Popolari si trasformerebbero in public company, in società con azionariato diffuso e quindi più facili da scalare. Di contro sarebbe più agevole realizzare quelle operazioni di fusione che il mercato e la Banca d’Italia hanno più volte sollecitato. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: ovvero non ci sarebbero più argini, barriere all’ingresso di grandi gruppi anche stranieri. Le Popolari infatti rappresentano una preda golosa. Sono ricche, fortemente radicate sul territorio, rappresentano il polmone per le piccole e medie imprese con le quali hanno un filo diretto. «Ci sono troppi banchieri e poco credito per le piccole e medie imprese», ha detto il premier Matteo Renzi durante la direzione del Pd. Ma questa motivazione, ovvero di far affluire più credito alle picole e medie imprese, non regge. È smentita dai numeri. Le Popolari negli anni della crisi hanno aumentato i finanziamenti di 30 miliardi portando la loro quota di mercato dal 21,6 al 26%. Dal 2010 al 2013 gli impieghi verso le imprese e le famiglie italiane sono diminuiti in Italia di 52 miliardi, ma analizzando solo il comportamento delle banche Cooperative e Popolari sono aumentati di 6,3 miliardi. Questo impegno è costato un aumento delle sofferenze ma per ricostituire il patrimonio, i soci si sono rimboccati le maniche varando una serie di aumenti di capitale. Alla vigilia del varo del decreto si è scatenata una bufera anche dentro il Pd. Per l’ala cattolica (ovvero Fioroni) si tratta dell’ennesimo attacco alla finanza cattolica mentre per la minoranza che fa capo a Fassina «sarebbe un gravissimo danno all'economia». Fa muro Forza Italia. Gasparri evidenzia che «non ci sono i requisiti di necessità e urgenza» per richiedere un decreto. La lega minaccia «le barricate». Alza i toni anche Ncd e Barbara Saltamartini avverte: «No a bliz con un decreto». E il presidente delle Acli Bottalico incalza: «l’obiettivo di dare più credito non si realizza decimando le piccole banche che sono quelle più legate al territorio». Preoccupato il sindacato. Per la Fiba Cisl con la riforma le Popolari «sarebbero facile preda degli speculatori che non si preoccuperebbero né di finanziare le pmi né di mantenere i livelli occupazionali». Il mercato invece scommette proprio sull’arrivo di nuovi soci nelle Popolari e brinda alla riforma. I titoli delle Popolari hanno toccato nuovi record. Bpm svetta sul listino avanzando del 14,89% a 0,68 euro. Ubi banca chiude in rialzo del 9,68% e Bper dell'8,51%.

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