Fino all'elezione di Cossiga nel 1985 per il Quirinale valeva il detto del conclave: si entra Papa e si esce cardinali. Questo perché, per decenni, non c'era stata fatica più inutile che avviare trattative per la scelta del Capo dello Stato. Accordi faticosamente raggiunti saltavano sotto i colpi dei franchi tiratori. Lo sa bene Amintore Fanfani, uomo di prestigio della Dc, dato più volte per favorito nella corsa al Quirinale senza mai centrare l'obiettivo. L'eccezione fu Cossiga, eletto al primo scrutinio grazie al paziente lavoro del leader Dc Ciriaco De Mita. Ma tutti erano convinti che dopo il vulcanico Pertini avrebbe ricoperto l'incarico con freddezza notarile. Era stimato nella Dc e apprezzato dal Pci. Così pur tra l'incredulità degli scettici, quello che diverrà il picconatore, fu eletto al primo scrutinio con 752 voti su 977 presenti. Un successo anche per De Mita che, viste le polemiche degli anni seguenti, si sarà sicuramente pentito per quella scelta. L’ADDIO DI COSSIGA Quando Cossiga lasciò la Presidenza, l'Italia e il mondo erano cambiati profondamente rispetto a sette anni prima. Caduto il muro di Berlino era crollata la paura del comunismo e, così come aveva previsto il picconatore della prima Repubblica, la crisi avrebbe trascinato anche la Dc, che dal dopoguerra era stata la diga per fermare il Pci. Inoltre nel 1992 soffiava forte il vento di Tangentopoli. Cominciavano a cadere le prime teste anche se i vertici del partiti tradizionali non erano stati ancora colpiti. Inoltre la Lega si affacciava prepotente sulla scena politica. Anche nel '92 i partiti avviarono la loro bella trattativa. Anzi a dire il vero l'accordo era stato siglato alcuni mesi prima. Sembrava un patto di ferro, di quelli che sistemano con reciproco soddisfacimento tutte le caselle. I protagonisti in assoluto erano i leader di Dc e Psi. Cioè Craxi, Andreotti e Forlani. Non a caso si parlava del patto del CAF, proprio con le iniziali dei protagonisti. Il Pds, nato dal Pci, era all'opposizione e fuori dall'intesa. Per gli alleati del pentapartito erano riservate non delle poltrone, ma degli strapuntini adeguati al loro peso politico. Cioè quasi zero. Il patto prevedeva, dopo le elezioni del 1992, Palazzo Chigi a Bettino Craxi e il Quirinale alla Dc che avrebbe scelto tra i suoi due uomini più rappresentativi. Nello scudocrociato ebbe la meglio Forlani. Ma alla prova dei fatti saltò tutto. A impallinare Forlani furono soprattutto gli andreottiani. Il Psi non voleva entrare nella bagarre interna dello scudocrociato, così non ascoltò le sirene andreottiane, che, qualche tempo dopo, rimproverarono il Psi, assicurando che, con Andreotti al Quirinale, la storia Italiana e Tangentopoli avrebbero avuto un esito diverso. Ipotesi. LA STRAGE DI CAPACI Comunque Forlani, impallinato dai suoi, si ritirò dalla contesa. Si determinò una situazione di caos che divenne drammatica domenica 23 maggio. Proprio mentre a Montecitorio andava in scena l'ennesima e inutile votazione arrivò la notizia dell'attentato a Falcone e della strage di Capaci. Furono ore drammatiche, le elezioni si erano svolte da poche settimana, non c'era un governo nel pieno delle sue funzioni, non c'era un Capo dello Stato. Così fu il leader radicale, Marco Pannella, a lanciare la proposta giusta. Indicò il presidente della Camera, Oscar Luigi Scalfaro. Il 25 maggio, al 16° scrutinio, avvenne l'elezione. Scalfaro ottenne 672 voti, compresi quelli del Pds, ma non i 75 della Lega che indicò Miglio. IL SETTENNATO DI SCALFARO Scalfaro non fu un presidente notaio, anzi fu protagonista. Prima sbarrò la strada a Craxi verso Palazzo Chigi indicando Amato. Poi negli anni successivi, dopo la caduta del primo governo Berlusconi, favorì quello che fu chiamato il ribaltone. Ma con Scalfaro finì un'epoca. Così la scelta del decimo Capo dello Stato si svolse senza particolari problemi. CIAMPI SUBITO ELETTO L'allora presidente del Consiglio, Massimo D'Alema, propose Carlo Azeglio Ciampi. Una vita alla banca d'Italia fino a diventarne governatore. Poi capo dii un governo tecnico dopo le dimissioni di Amato. Ministro del Tesoro nei governi Prodi e D'Alema, benché associabile al centrosinistra aveva anche il gradimento di Berlusconi; così il 13 maggio del 1999 fu eletto alla prima votazione con 707 voti cu 1010 aventi diritto. Ciampi è rimasto al Quirinale fino al 2006. NAPOLITANO AL COLLE Per la sua successione gli ex comunisti pensarono fosse arrivata l'ora di mandare uno di loro sul Colle. Certo non potevano contare sul consenso dello schieramento avverso, ma almeno cercarono di indicare una personalità che fosse più gradita a Berlusconi. Così la candidatura D'Alema rimase sul tappeto per qualche settimana, come nell'ombra rimase quella di Amato, che qualcuno, qualche anno più tardi paragonò a Fanfani, sempre presente ai nastri di partenza mai all'arrivo. Comunque la sinistra puntò su Giorgio Napolitano, una vita nel Pci, ma non del tutto sgradito a Berlusconi che, in occasione di un dibattito parlamentare, si alzò per andare stringere la mano al vecchio leader comunista. Napolitano fu eletto al 4° scrutinio con 543 consensi su 990 votanti il 10 maggio del 2006. Tra le sue prime importanti decisioni ci fu quella di chiudere la legislatura segnata dal secondo governo Prodi e di indire le elezioni che, nel 2008, portarono alla vittoria del Pdl di Silvio Berlusconi. Senza entrare nel merito dei giudizi, contrastati, si può affermare che non si è trattato di un settennato di ordinaria amministrazione. La crisi economica e la crisi politica italiana hanno reso Napolitano un protagonista di una stagione particolarmente confusa, come confuso è rimasto il quadro politico dopo le elezioni del 2013. Il primo atto del nuovo Parlamento doveva essere proprio la scelta del successore di Napolitano. Anche il quel caso partirono le trattative condotte dal segretario del Pd, Bersani, uscito indebolito dal deludente risultato della sinistra. Il Pd voleva indicare un suo uomo, ma che non fosse sgradito al Pdl. Ma il rischio era proprio quello di ripetere la situazione del '92. Il nome di Marini, su cui fu trovata l'intesa, fu contestato all'interno del suo stesso partito. Tanti franchi tiratori e l'ostilità dell'astro nascente della sinistra, Matteo Renzi. Così Marini fu mandato allo sbaraglio. Nel clima di confusione favorito da un Pd lacerato, ma pur sempre intenzionato a portare un proprio uomo, fu fatto il nome di Prodi. Fu una caporetto per la sinistra. Oltre cento franchi tiratori, polemiche e lacerazioni. Fu così che, sulla spinta di Berlusconi, prese corpo l'idea di una riconferma di Napolitano. La soluzione che permise di far partire la legislatura. Napolitano fu eletto il 20 aprile del 2013 alla 6° votazione con 736 voti su 997 votanti. Ma nel Pd fu il terremoto. Letta fu chiamato a guidare un governo con il Pdl. Bersani lasciò la segreteria aprendo la strada a Renzi che qualche mese più tardi assunse la guida del partito e dopo del governo. E adesso spetta proprio a Renzi guidare l'ennesima trattativa per il Colle. Ma anche lui dovrà fare i conti con le insidie dei franchi tiratori.
Quel Colle dove il favorito perde sempre
C’è chi è stato eletto al primo scrutinio, come Cossiga e Ciampi. E l’eterno candidato, come Fanfani. Una storia di intrighi e accordi stracciati, franchi tiratori, trappole e false promesse
