C’è qualcosa di impattante nella giornata di dimissioni di Giorgio Napolitano. Ognuno sapeva già il giorno, di conseguenza anche le procedure, e quindi, a onor di logica, non ci sarebbe stato nulla da attendere. Invece non è andata così, perchè quello che risalta, di ieri, non è tanto l’addio, ma il contrappasso di ritorno ad una sommaria «normalità», alla quotidianità tanto anelata, di un uomo che incarna la politica vissuta nelle istituzioni, quindi negli incarichi (fino al più alto di tutti), quindi nei Palazzi con relative croci e delizie. Il ritorno è cadenzato da quei passi, seguiti dalle telecamere, in cui sembra essere lui ad appoggiarsi alla moglie Clio (e non viceversa, prendano nota con sollievo le amazzoni della parità dei sessi) mentre entrambi si recano, scesi dallo studio del presidente, nel Cortile d’Onore del Quirinale. Dove riceverà gli onori militari da parte di un picchetto interforze. Le 10:35 sono passate da un po’. A quell’ora, infatti, Giorgio Napolitano, ottantanove anni e mezzo, ha rassegnato le dimissioni, firmando quattro fogli. La lettera, essenziale, con cui comunica la sua decisione. E le comunicazioni a Presidenti delle Camere e premier . Da quel momento, scattano gli adempimenti «rituali». Il Segretario Generale Donato Marra parte alla volta delle Istituzioni, per consegnare la lettera di dimissioni. Palazzo Giustiniani, sede della Presidenza del Senato, Montecitorio, Palazzo Chigi. Viene diffuso uno scarno comunicato stampa: «Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha firmato questa mattina, alle ore 10:35, l’atto di dimissioni dalla carica. Il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, Donato Marra, sta provvedendo a darne ufficialmente comunicazione ai presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati e al presidente del Consiglio». Linguaggio asciutto, come si conviene, a dimostrazione di un paradosso, insinuato in questa giornata in cui le cose fanno il suo corso e la politica si scalda i muscoli. La macchina continua a lavorare, in una sincronia ordinaria, ma stavolta per «far scendere» il suo illustre passeggero. E così, a Mezzogiorno, dopo che le telecamere ce lo hanno portato in casa mentre ascolta, tirato, l’Inno Nazionale rivolge commossi «ciao» ai collaboratori, Napolitano esce dal Palazzo, fra gli applausi delle persone assiepate in piazza. Il corteo di auto si dirige alla sua abitazione nel Rione Monti. Poca distanza, che vale l’ingresso in un altro mondo, ornato da quella quotidianità inseguita con un desiderio ardente di cui i retroscena, in questi giorni, ci hanno dato parecchio conto. Anche lì, applausi, a metà tra l’addio e il benvenuto. Agita il cappello, il Nonno d’Italia, e ringrazia. Alle sue spalle, la macchina del suo mondo di prima continua a girare. Al Quirinale, un corazziere si affaccia per ammainare la bandiera dal terrazzino della Sala dei Precordi, quello che sovrasta la sala principale e viene calata anche quella sul fortino, che svetta sulla città. È sede vacante, come lo era ai tempi dei Papi. Fanno parte della «macchina» anche gli applausi alla Camera e le valanghe di dichiarazioni, dall’Italia e dall’Estero, che fanno ciao con la manina. Ma lo fanno con forma. La giornata è anche, se vogliamo, una staffetta metaforica tra Palazzi, risaltata dal Giustiniani che si veste a festa, perché sarà lì il centro delle funzioni che passano al Presidente del Senato. Arrivano i corazzieri, viene esposto lo Stendardo del supplente, disegnato da Cossiga. Pietro Grasso, prima di sedere nella plancia più importante, dice che l’Aula del Senato gli mancherà, che spera di restare poco in supplenza. Evidentemente conosce bene la nostra epoca, quella del mezzo che è messaggio, e perciò compie a piedi i pochi metri che separano Palazzo Madama da Palazzo Giustiniani a beneficio di telecamere e obiettivi fotografici, il volto è serio. E offre, anche lui, uno spunto alla narrazione mediatica della giornata. Così (ri)farà nel pomeriggio, fissando su twitter il suo accoramento verso «una grande responsabilità e una forte emozione» e assicura: «Affronterò questi giorni con spirito di servizio e animo sereno». Calcando sulla venatura social di queste dimissioni. Dove l’hastag diventa feticcio (post) presidenziale, quasi come le celebri corna di Giovanni Leone. Così, #Graziepresidente è il saluto degli italiani, frecce di affetto che trapassano quel portoncino di Rione Monti. Napolitano, Giorgio, il Presidente è dentro, metaforico il distacco, almeno per un giorno perché si sussurra che già oggi potrebbe fare un salto in Senato, con il brulichìo del mondo politico, là fuori. Un mondo dalla fronte sudata per lo scandire dei tempi. Per la grana che bisognerà affrontare. Ora il Presidente della Camera, che presiede anche il Parlamento in seduta Comune, dovrà convocare le Camere entro quindici giorni. La convocazione è fissata per giovedì 29 gennaio, alle 15. Se verranno svolte due operazioni di voto al giorno, è probabile che la quarta votazione, quella con il quorum più basso, si svolgerà sabato 31. Almeno nelle aspettative di Renzi, dovrebbe essere quella buona. E a quel punto, Napolitano farà di nuovo un salto al Quirinale. Ultima, breve, calata fisica nel luogo per passare le consegne al suo successore.
Ore 10.35. Napolitano non è più Presidente
Applausi della piazza all’uscita dal Quirinale Funzioni a Grasso, dal 29 gennaio si vota
