Politica

Paladino della politica

di Vittorio Sgarbi

Giorgio Napolitano è stato un presidente credibile. Non so se buono o cattivo, ma certamente determinato da tempi difficili. È stato il presidente di un’epoca triste per la politica avendo della politica la considerazione più alta. E trovandosi, quindi, in perfetta contraddizione con i tempi. Quando gli chiesero, alle origini di quello che sarebbe stato un movimento politico certamente significativo, cosa pensava del «boom» di Grillo, rispose: «Di boom ricordo solo quello economico». Era un modo per sottrarsi a una materia che non voleva né vedere, né riconoscere. Per il suo abito democratico aveva invece, sia pure con fatica, preso coscienza di un altro fenomeno di tempi politicamente umiliati: il berlusconismo, che non vuole dire il partito di Berlusconi, ma una situazione in cui le ragioni della politica erano subordinate ad altri interessi, come provano molti degli esponenti politici di quel movimento, finiti o in carcere o condannati. È vero che tutto era cominciato quando Napolitano era presidente della Camera.   Nella quale io entravo per la prima volta da deputato, quando iniziò la tempesta giudiziaria, un indegno furore contro la politica e la libertà in nome di una finta onestà, rappresentata da uomini che avrebbero, attraverso l’azione giudiziaria, accumulato ricchezze imparagonabili con quelle degli inquisiti. Ho già fatto e non voglio fare ancora nomi, ma quella rivoluzione fu una tragedia che col pretesto di punire i corrotti, di fatto cancellò i partiti come famiglie di appartenenza. Ai tempi di Napolitano, e anche ai miei, prevaleva l’essere sullo stare. Con la tempesta giudiziaria e la riforma elettorale, il cosiddetto maggioritario, si stabilì una finzione chiamata bipolarismo, con la quale si era o di qua o di là, pro o contro Berlusconi. Perché, di fatto, il bipolarismo era nato intorno a lui e per conseguenza della sua scelta politica. Si entrò così nella fase dello stare e non dell’essere. E oggi, mentre Napolitano si allontana dal Quirinale dopo aver subito l’insulto di un’aggressione giudiziaria che è arrivata inutilmente e con inutile dispendio di parole e di danari fino al Quirinale, sembra chiamato ancora a rispondere ai deliri di una persona che, sul sangue di suo fratello, insulta la Nazione col presidente della Repubblica, considerandolo il «garante della trattativa Stato-mafia». Allora come oggi Napolitano credeva nel primato della politica, la politica ha fatto di tutto per perdere questo primato e Napolitano è rimasto solo in un deserto di insensatezza. Onore a lui.

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