Che quella contro il burqa e il niqab fosse una delle grandi battaglie del nostro tempo contro l’integralismo galoppante è un’evidenza innegabile. Il fatto che alcuni dei cosiddetti «foreign fighters», partiti dall’Italia per andare ad unirsi alle brigate jihadiste in Siria o Iraq, facessero parte di una lettera indirizzata al senatore a vita Ciampi affinchè la legge anti-burqa venisse bloccata, altro non fa se non confermare clamorosamente quell’evidenza. Il nervo toccato, con ogni probabilità, era quello giusto perché il velo integrale è più di ogni altro il simbolo esteriore e più sfrontato della supremazia estremista, di quel progetto di infiltrazione radicale fatta di sottomissione femminile, di divieti e di progressivo svuotamento dell’identità. La delusione, lo confesso, nel leggere la lettera è stata fortissima, per il tempo e la passione impiegati nella redazione di una legge di civiltà assoluta, arenatasi però alla presentazione in Aula; che mai come oggi, dopo il dramma all’Hebdo, parte dell’opinione pubblica si pente di non aver sostenuto come avrebbe dovuto. Ma questo è il clima che dal 2011 si respira in Italia, dove un burqa invece di essere simbolo di sottomissione e di omicidio della personalità di una donna, diventa espressione di libertà. Contravvenendo alle parole di tutti i massimi teologi musulmani che definiscono il velo integrale come totalmente estraneo alla religione. La lettera testimonia in maniera cristallina, qualora ce ne fosse bisogno, fin dove alcuni ambienti hanno potuto spingersi, grazie ad aderenze particolari, pur di conficcare un’altra bandierina appuntita nelle viscere della nostra società. Alcune delle firme in calce a quella lettera, che chiedeva di fermare l’iter della legge contro il burqa e niqab in Italia, tra cui Maria Giulia Sergio detta Fatima oggi combattono il jihad in Siria o in Iraq fianco a fianco con i terroristi che progettano di colpire ancora l’Europa. Anche questo, forse, agli occhi di qualcuno visto come un diritto di libertà.
La mia guerra a un simbolo di oppressione
di Souad Sbai