Ora, per risolvere il giallo, comprendere di chi è la manona. Chi ha scritto quella norma? Chi ha scritto quella effettiva cancellazione della condanna per frode fiscale inflitta al Cavaliere? A ministero dell’Economia giurano che non è farina dei loro uffici. E ormai appare acclarato che l’"aggiunta" al decreto legislativo fiscale sia avvenuta a palazzo Chigi. Ma anche il Dagl sembra esserne in parte all’oscuro. Che cos’è il Dagl? È l’ufficio legislativo (la sigla sta per dipartimento affari giuridici e legislativi) della presidenza del Consiglio. La norma tanto contestata tanto contestata, infatti, non sembra provenire dallo studio di Antonella Manzione, l’ex comandante dei vigili urbani di Firenze che Renzi ha voluto in quella funzione tanto delicata e di fiducia. D’altro canto la Manzione, per formazione e per curriculum, si è sempre occupata di legislazione legata all’amministrazione e non di normativa di carattere fiscale. Ma c’è di più. Nelle varie riunioni preparatorie del decreto, a quanto risulta, non ha partecipato nessuno dei tecnici del Dagl. Fatto inconsueto, visto che almeno l’autore della noirma avrebbe dovuto presentare il proprio lavoro alla parte politica: il premier, i ministri interessati, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Ma c’è un altro elemento poco chiaro in tutta questa vicenda e che lascia immaginare che quella norma al centro delle attenzioni dlela politica in realtà non provenga dagli uffici ministeriali bensì dall’esterno. Infatti, nel confronto tra il testo scritto dal ministero dell’Economia e quello poi approvato dal Consiglio dei ministri nel pomeriggio della vigilia di Natale quella ribattezzata come Salva Silvio non è l’unica "aggiunta". A palazzo Chigi vennero incluse infatti anche "modifiche alla disciplina del raddoppio dei termini per l’accertamento" e anche una fattispecie "in materia di cause di estinzione e circostanze del reato. Pagamento del debito tributario". Norme che avranno effetti su molti processi già avviati. Ma soprattutto a palazzo Chigi viene inserita un’altra normetta, un piccolo comma all’articolo 4 che depenalizza (stavolta senza soglia economica, nemmeno il 3% prevista dalla Salva Berlusconi) le dichiarazioni fraudolente. E stabilisce che queste «non costituiscono operazioni simulate quelle che hanno dato luogo ad effettivi flussi finanziari annotati nelle scritture contabili obbligatorie». È un regalo per grandi banchieri, come ad esempio Alessandro Profumo e Corrado Passera, sott’accusa in una vicenda complicata legata ai titoli derivati. Passera, allora al timone di Intesa, ha lasciato il mondo del credito e si è buttato in politica con un suo movimento, Italia Unica, e non manca di avanzare critiche a Renzi. Profumo, invcee, che all’epoca era alla guida di Unicredit e oggi è presidente di Monte dei Paschi di Siena, è diventato un fan renziano. Nell’estate del 2013 disse a Virus, su RaiDue: «Matteo Renzi mi piace, anche se non l’ho finanziato». Nel dicembre del 2013, in occasione delle primarie del Pd che consacreranno Renzi segretario, Profumo ebbe a dire che si era recato a votare e alla domanda di un giornalista su chi avesse scelto, rispose: «Secondo lei?». Il giorno (il 14 marzo scorso) in cui il segretario, nel frattempo divenuto premier, annunciò il suo piano di governo con le famose slide de "La volta buona", Profumo annunciò: «Il piano del governo per sostenere imprese e famiglie è positivo». Forse non è un caso che gli avvocati di Berlusconi abbiano smentito la partenità di quella norma.
La Salva Silvio naufraga È già «Salva Profumo»
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