Politica

Come Re Giorgio abdicherà stasera

L’ultimo discorso di Napolitano «Il Paese uscito dall’immobilismo»

Di indiscrezioni ne sono circolate davvero poche. A quanto pare Napolitano non terrà i toni ultimativi e decisi degli ultimi giorni, come l’uscita in occasione degli auguri alle alte cariche dello Stato, al corpo diplomatico o persino nell’ultima presidenza del Consiglio superiore della magistratura. È stata una sequenza di richiami e ammonimenti, diretti alla politica ma anche ai giudici. Napolitano spiegherà soprattutto il senso dei suoi sette anni e in particolare del sacrificio di fare la proroga degli ulteriori due. Rivendicherà, di fronte agli italiani, di essere riuscito a portare fuori il Paese dalla sua immobilità istituzionale, favorendo l’avvio di un percorso di riforme (a partire dalla nuova legge elettorale) che darà nuovo slancio al sistema, permettendo all’Italia di girare finalmente pagina e tornare competere, fra l’altro, sulla scena internazionale. Re Giorgio, infatti, non può rivendicare il fatto di aver condotto il Paese fuori dalla crisi economica. E tutto sommato non può neanche rivendicare il fatto di aver operato scelte che hanno risollevato gli italiani. Gli ultimi tre governi, in particolare, sono stati proprio "esecutivi del presidente". Eppure sia Mario Monti, che Enrico Letta che, si può cominciare a dirlo, Matteo Renzi, hanno fallito alla prova della ripresa economoca. L’ultimo, però, può annoverare il fatto di aver dato una spinta decisiva alle riforme. Dal sette gennaio, infatti, ripartirà il percoso della legge elettorale mentre l’abolizione del Senato, anche se incagliato momentaneamente, è comunque riavviato. Napolitano spiegherà che l’età - a giugno compirà 90 anni - e gli acciacchi e la fatica conseguenti non gli permettono più di essere fisicamente presente come vorrebbe, ma anche di essere convinto di avere portato a termine l’impegno preso nell’aprile del 2013, quando legò l’accettazione della sua rielezione all’avvio di un percorso condiviso dai partiti per la realizzazione delle riforme, a partire da quelle istituzionali. Napolitano ribadirà, così come fatto in occasione degli auguri di Natale alle alte cariche dello Stato e al corpo diplomatico, di lasciare un Paese guidato da un governo e da una maggioranza in grado di proseguire nel loro cammino. In grado di portare a casa cioè la riforma del bicameralismo e la nuova legge elettorale (alla quale magari il Capo dello Stato avrebbe il piacere di apporre la sua firma). Un discorso che dovrebbe rappresentare una ulteriore tappa di avvicinamento alle sue, da lui stesso più annunciate, dimissioni. L’addio definitivo, come è noto, dovrebbe coincidere con la fine del semestre di presidenza italiana dell’Unione europea. E il semestre si conclude ufficialmente il 13 gennaio, dunque dal 14 ogni giorno è buono come si suol dire. Se le dimissioni dovessero giungere proprio a metà gennaio, comunque le votazioni per il nuovo presidente non comincerebbero prima della fine del mese. Significa che c’è almeno un mese prima che l’elezione del successore di Giorgio Napolitano entri davvero nel vivo. Ma sono in tanti che stanno "scaldando i motori". Dall’Assemblea dei grandi elettori del Pd usciranno uno o più nomi da proporre agli alleati di governo, a Forza Italia e ai M5s. E al momento giusto (presumibilmente dal quarto voto, quando il quorum richiesto al Parlamento in seduta comune si abbassa da 672 a 505 consensi) Renzi è certo di avere non solo i numeri, ma una "maggioranza ampia" per eleggere il nuovo inquilino del Colle. Viste le divisioni nel Pd, il premier non può però escludere imboscate, come quelle dei 101 franchi tiratori che nel 2013 affossarono Prodi. E per questo, pur essendone indiscusso king maker, non lega la partita ai suoi destini personali: quello sul Quirinale «non è un test politico o un voto di fiducia sulla maggioranza», mette le mani avanti. Forza Italia, frattanto, non vuole essere da meno e soprattutto vuole essere della partita. Silvio Berlusconi ha dichiarato di essere pronto a votare anche un candidato che provenga dalle file del Pd. Anche Prodi? Non è chiaro. Alcuni esponenti del partito del Cavaliere dichiarano di sì, ma solo in funzione di rompere il patto del Nazareno che lega Forza Italia al Pd, o meglio Berlusconi a Renzi. Le prove generali, comunque, saranno alla ripresa dei lavori. Quando cioé si comincerà a votare l’Italicum 2.0. Allora si capirà se il patto regge o è già tramontato.

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