Rivivere questa storia è stato difficile per me ma sento ancora il bisogno di raccontare che la morte ha sfiorato e ghermito ancora una volta donne, uomini, bambini innocenti, disarmati che si erano consegnati all’ottimismo della vacanza; avverto la necessità di condividere la disperazione dei congiunti di chi è disperso. Penso che lo choc termico provato dalla differenza del grande calore della nave in fiamme con il gelo del mare sia stato fatale per chi ha creduto di saper provvedere da sé alla propria salvezza. Un naufragio è come un terremoto e l’ho vissuto in prima persona, ti coglie inaspettatamente, precipita la tua vita con boati e sibili mentre sei impegnato nel tuo banalissimo quotidiano. E non saprai difenderti dall’onda lunga della paura, di quella che continuerà ad affiorarti in mille modi, nel domani e nel dopodomani. Che ti inciderà l’anima per sempre se vedi la morte mescolarsi alla vita. I 427 salvati del Norman Atlantic hanno lottato contro quell’umanità spietata che non ha avuto rispetto delle donne e dei bambini facendo scattare la logica del «si salvi chi può». È un’umanità in cui prevalgono gli istinti primordiali, in cui la coscienza dell’Altro salta e sprofonda insieme con la barca che li ha tenuti in ostaggio. Uscire finalmente da quella prigione dove hai creduto di morire per molti dei salvati significherà soffrire della sindrome da stress post traumatico, un disturbo che può produrre effetti molto gravi sulla vita di tutti i giorni, sui rapporti interpersonali, sulla capacità lavorativa. Anche un sussulto può far tornare alla mente ciò che si è vissuto e ogni volta sarà come essere in mezzo a quel mare. E «mai più» è il pensiero peggiore che un essere umano possa sopportare in condizioni tragiche come questa, la morte di una persona cara.
«Ho rivissuto la Concordia»
di Mara Parmegiani, scrittrice, sopravvissuta al naufragio della Costa Concordia