Tra un po’ sarà la guerra dei sessant’anni. Sì, perché è circa dalla metà degli anni ’50 del secolo scorso che in Italia si cerca, o meglio, si promette di razionalizzare la valanga di enti inutili, senza successo. Gli equilibrismi politici, infatti, hanno sempre la meglio sulle buone intenzioni. Così è anche per quell’esercito di zombie politico-burocratico che grava per circa 10 miliardi l’anno di spesa pubblica. Ovvio che anche il premier Matteo Renzi,avesse individuato negli «enti inutili» un ghiotto terreno di conquista per la sua propaganda. Come più volte sperimentato, il tentativo di snellire la macchina statale è stato ampiamente fallimentare, basti guardare alle province (non scomparse ma semplicemente trasformate in enti di secondo livello) e alle società partecipate, di cui il tanto promesso taglio (non) procede a minuscoli passi. Per la guerra agli enti inutili era stato coniato uno slogan: «Sforbicia Italia», a sottolineare un piano di tagli e accorpamenti che, presentato la scorsa primavera a suon di interviste e conferenze stampa, solleticò molto molto il palato degli italiani in prossimità delle elezioni europee. Una strategia ampia, della quale riportiamo i punti principali: Ridefinizione delle prefetture, da 106 a 40, corrispondenti a ciascun capoluogo di regione in più una assegnata a quelle zone ad alto tasso di criminalità; Trasformazione dell’Enit, agenzia nazionale del Turismo, che ha novantacinque anni di età e 23 sedi sparse per il mondo; taglio delle sedi provinciali della Ragioneria Generale dello Stato Taglio delle sedi provinciali dell’Istat; razionalizzazione delle 23 autorità portuali italiane. I loro compiti si sostanziano nella gestione e l’organizzazione di beni e servizi nel contesto portuale. Ognuna di esse comprensiva di presidente, segretario generale, collegio dei revisori dei conti, commissione consuntiva centrale e locale. Vere e proprie pletore in riva al mare. Poi c’è l’accorpamento in un’unica realtà di Aci, Pra e Motorizzazione civile evitando così inutili aggravi burocratici. L’Italia ha il primato di unico Paese nel quale, per essere proprietari e poter circolare, sono necessari due documenti distinti. A seguire c’è la riduzione delle scuole di formazione. Convogliando su un unico istituto i cinque originari, che sono: la scuola superiore di economia e finanze, la scuola della pubblica amministrazione, la scuola dell’amministrazione locale, quella dell’interno e l’istituto diplomatico Mario Toscano. Pachidermi appesantiti da docenti (che spesso provengono dalle alte sfere della burocrazia statale) e dirigenti, oltre ai costi vivi per l’affitto delle sedi e spese di funzionamento. Nel programma c’era anche la riduzione degli enti di ricerca, lavorando di forbice dai 20 di partenza, per creare pochissimi centri di eccellenza. Fra queste la soppressione della Covip, Commissione di Vigilanza sui Fondi pensione, attiva dal 1993, le cui funzioni avrebbero dovuto essere trasferite alla Banca d’Italia. Oltre alla sua soppressione era prevista una riorganizzazione delle autorità indipendenti. Attualmente sette: (Antitrust, Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni, Autorità per l’energia elettrica, Autorità per i trasporti, garante della privacy, Consob, che si occupa delle quotazioni in borsa, e l’Ivass, ex Isvap, che vigila sulle pensioni private. Nella lettera con cui il governo annunciò la riforma della Pubblica Amministrazione, tra gli obiettivi, era indicato anche un «censimento di tutti gli enti pubblici». Chissà lo stupore dei rottamatori di governo nel prendere contezza dell’esistenza dell’Enalc (Ente Nazionale per l’addestramento dei lavoratori del commercio) oppure dell’Inapli, (Istituto Nazionale per l’addestramento e il perfezionamento dei lavoratori dell’industria). Fino, poi, ai vecchi residuati di epoca sabauda e fascista, come, per fare un esempio, l’Opera Nazionale Combattenti, ente assistenziale istituito con decreto del 10 dicembre 1917 a seguito della sconfitta di Caporetto. Per non parlare, poi, delle cosiddette «stazioni sperimentali», enti strumentali dell’ente locale originariamente dotati di personalità giuridica propria. Si va da quello per lo studio e la conservazione degli anfibi in Lombardia, degli olii e dei grassi sempre nella stessa regione oppure dei derivati degli agrumi in Calabria. Una legge del 2010 aveva previsto la soppressione di questi enti, quindi le loro funzioni sono passate di mano ad altri enti, in maniera diversa da territorio a territorio. Risultato? Molti di loro, sostanzialmente, continuano a vivere, ovviamente con i loro organici. Un’araba fenice, insomma. Una delle tante.
Quella lunga lista di «carrozzoni» che il premier voleva cancellare
