Le vicende di malcostume degli ultimi tempi rimettono al centro del dibattito pubblico la questione del «capitalismo municipale». Esso nasce da esigenze pienamente legittime: consentire un maggior livello di managerialità e imprenditorialità in seno alla PA e, dunque, più efficienza ed efficacia nella gestione dei servizi pubblici. Nobili intenti che, però, hanno finito con il giustificare abusi e paradossi, con una proliferazione di società. Questa progressiva espansione ha talora rappresentato una scelta di adattamento/aggiramento elusivo dei vincoli di finanza pubblica, per ragioni, in non pochi casi, di scambio elettorale. Sono note all’opinione pubblica le «allegre» politiche del personale di molte aziende comunali, disancorate da criteri aziendalistici, la sproporzionata dimensione dei loro organi d’amministrazione e i criteri poco meritocratici di scelta del management. Tali paradossi e abusi sollecitano una richiesta, non più eludibile, di interventi correttivi. Apparentemente accantonato il «piano Cottarelli», forse anche troppo ambizioso, basterebbe il coraggio di poche scelte, ma convintamente perseguite, senza gli stop and go degli ultimi tempi. Perché, ad esempio, non applicare una norma, l’art. 3 della Finanziaria 2008, che impone di liquidare le società estranee al core business degli Enti locali? Perché non introdurre l’obbligo diffuso di un amministratore unico (salvo casi eccezionali) e non ricondurre completamente l’attività delle partecipate entro i vincoli di finanza pubblica? Già questi pochi e parziali interventi permetterebbero di aumentare la trasparenza e di migliorare la percezione che questi enti, che spesso svolgono servizi essenziali per la collettività, hanno presso l’opinione pubblica. Insomma, basterebbe il coraggio di poche e significative scelte che i cittadini hanno il diritto di pretendere dalla politica.
Il coraggio delle scelte
di Maurizio Leo