Quattordici operai morti per aver lavorato, per anni, al montaggio delle macchine per scrivere, alla manutenzione delle macchine utensili e alla verniciatura alla Olivetti di Ivrea. Quattordici persone, più una quindicesima in gravi condizioni, che tra gli anni’ 70 e gli anni ’90, sono state a contatto con le fibre di amianto presenti anche nel talco. Sostanze che secondo i magistrati si disperdevano negli ambienti anche causa delle condizioni dei locali. AMIANTO ASSASSINO Questo alla base della richiesta di rinvio a giudizio per omicidio colposo e lesioni colpose a carico dell’ingegnere Carlo De Benedetti, ex amministratore delegato dell’Olivetti e patron del quotidiano «La Repubblica», dell’ex ministro Corrado Passera e Roberto Colaninno, attuale presidente onorario di Alitalia, i pm Laura Longo e Lorenzo Boscagli, che hanno chiuso le indagini chiedendo il processo per altre 30 persone (su 39 indagati), sono convinti che il mesotelioma pleurico e il mesotelioma peritoneale, i tumori che hanno colpito le vittime una volta andate in pensione, siano scaturiti dall’attività professionale dagli operai. Attività svolta alla Olivetti di San Bernardo, a Ivrea, proprio nei reparti contaminati dal minerale cancerogeno. L’amianto si trovava nelle condutture di calore, nelle centrali termiche, nel locale mensa, e anche in alcune sostanze utilizzate, come, appunto, il talco. La conseguenza, secondo la procura, fu l’insorgenza di tumori con un’incubazione molto lunga che hanno cominciato ad uccidere gli operai dopo il 2001. DE BENEDETTI E NON SOLO Negli anni «incriminati», Carlo De Benedetti è stato Ad e presidente dell’Olivetti, carica ricoperta dal 1978 al 1996, mentre Passera sedeva nel Cda dal 1990 al 1996 e fu Ad dal 1992 al 1996. Stessa carica assunta da Colaninno dopo il 1996. La richiesta di rinvio a giudizio riguarda anche l’ex senatore dei Ds Franco De Benedetti, fratello di Carlo, Ad dell’azienda dal 1978 al 1989, poi vicepresidente dal 1989 al 1992 e infine Consigliere di amministrazione fino al 1993. Rischia il processo anche il figlio di Carlo De Benedetti, Rodolfo, nel Cda dell’azienda di Ivrea dal 1990 al 1997. Nelle prossime settimane il tribunale fisserà l’udienza preliminare e il gup deciderà se accogliere o meno le richieste dei pm, ai quali l’editore di Repubblica e i figli hanno presentato le loro memorie difensive. LA REPLICA DELL’INGEGNERE De Benedetti replica per bocca del suo portavoce: «Preso atto della richiesta di rinvio a giudizio basata su una tesi accusatoria ormai nota da tempo, l’ingegnere De Benedetti, come dichiarato in più occasioni, insiste nel ribadire la propria estraneità ai fatti contestati e ha fiducia che di fronte al giudice per l’udienza preliminare possano essere chiariti i singoli ruoli e le specifiche funzioni svolte all’interno dell’articolato assetto aziendale di Olivetti». Per l’ingegnere «la corposa indagine dei pm, che deve essere ancora sottoposta al vaglio di un giudice, si basa su mere ipotesi, come dimostra il coinvolgimento di persone che non avevano alcuna responsabilità operativa nella società». Nella replica viene poi sottolineato che «per quanto di sua competenza, nel periodo di permanenza in azienda di De Benedetti, l’Olivetti ha sempre prestato la massima attenzione alla salute e alla sicurezza dei lavoratori, con misure adeguate alle normative e alle conoscenze scientifiche dell’epoca». Il procuratore capo di Ivrea, Giuseppe Ferrando, ha però affermato che «il vaglio fatto dalla procura della Repubblica di Ivrea, alla luce delle memorie difensive presentate, non ha consentito di effettuare una richiesta di archiviazione se non per posizioni marginali». CARENZE NELLA PREVENZIONE Pochi mesi fa, al momento della chiusura delle indagini, il pm Ferrando parlò di «carenze nella prevenzione». In particolare, per l’amianto che si annidava anche fra le tubature a vista e i rivestimenti di pareti e soffitti, l’indagine avrebbe accertato che la manutenzione non è stata considerata accurata, le fibre si disperdevano nell'ambiente e i lavoratori, non sufficientemente informati, non venivano dotati di mezzi di protezione personale adeguati. Per il magistrato, da condannare sono soprattutto i ritardi. Il talco contaminato venne sostituito solo nel 1986; nel locale mensa di via Jervis, dove l'amianto era presente in «materiale friabile» fino al 1988, non si adottarono «misure igieniche che consentissero ai lavoratori di mangiare, bere e sostare senza rischio di contaminazione». Ad ammalarsi sono stati operai, addetti alla verniciatura o ai trattamenti termici, elettricisti, ma non solo. Bruna Luigia P., ammalatasi di mesotelioma «insanabile», era infatti un'impiegata amministrativa. Poco prima di andare in pensione lavorava al Centro Studi Olivetti. L'«amianto assassino», però, era anche lì, nascosto nell’intonaco. E non le ha lasciato scampo. IL PRECEDENTE L’iscrizione nel registro degli indagati di De Benedetti, e l’attuale richiesta di rinvio a giudizio, è scaturita anche dalla sentenza sulla morte di Lucia De Laurenti, ex operaia alla Olivetti di Ivrea. Sul suo caso, la Corte d’Appello di Torino, nel novembre 2012, stabilì che ad ammazzarla fu il talco respirato tra il 1972 e il 1976. Ecco perché i giudici condannarono, per omicidio colposo, l’allora Ad Ottorino Beltrami. «L’AZIENDA SAPEVA» Secondo la Corte che sancì la condanna, l’azienda conosceva il problema ma lo affrontò con «colpevole ritardo». I giudici, nelle motivazioni della sentenza, parlarono di «omissione cosciente di ogni cautela», di «attività gestita nella piena illegalità» e di «massima incuria». Più in generale, di «violazione dei principi basilari della sicurezza e igiene del lavoro», proprio perché certi che la Olivetti sapesse della «pericolosità degli agenti chimici» utilizzati durante la lavorazione. Ed è nella stessa sentenza che vengono riportate, inoltre, le testimonianze del Responsabile servizio ecologia della Olivetti, che riferì di avere «appreso dell'utilizzo in azienda del talco per lubrificare i rulli di gomma delle macchine per scrivere», e poi, successivamente, quella del Responsabile del laboratorio chimico, che dopo aver analizzato lo stesso talco, accertando «la presenza dell'amianto», suggerì di «non utilizzarlo più». Gli stessi giudici, infine, sostengono che «la normativa sugli aspiratori» venne «completamente dimenticata per decenni dal datore di lavoro». LASTRE AI POLMONI Quello di Lucia Delaurenti, ammalatasi nel 2002 e deceduta nel 2005 dopo essere stata esposta a un tipo di amianto chiamato «tremolite», è solo uno dei casi drammatici riguardanti i «malati dell’Ivrea». Un operaio, addetto alle caldaie, anche lui colpito da tumore, raccontò, ad esempio, di quando l’azienda gli ordinava di «fare le lastre ai polmoni, ma nessuno di noi capiva il perché».
Amianto, De Benedetti rinviato a giudizio
Con il patron di Repubblica anche il fratello, Passera e Colaninno. Per i pm tutti sono colpevoli di omicidio colposo e lesioni colpose
