Mai i rapporti tra Berlusconi e Renzi erano stati così tesi. Mai il «Patto del Nazareno» era stato così sul punto di saltare. Il motivo «ufficiale» è il disaccordo sui tempi di approvazione dell’Italicum. Ma a scuotere l’intesa tra Pd e Forza Italia è essenzialmente la questione Quirinale. Da quando da Renzi è partito il messaggio che la scelta del successore di Napolitano «non rientra nel Patto» le posizioni si sono irrigidite. Il premier ha cominciato a giocare su più tavoli, incontrando Prodi e intavolando il dialogo con gli ex grillini e dalle parti azzurre è scattato l’allarme rosso. La situazione ha poi subìto un’ennesima accelerazione dopo il discorso alle alte cariche di Napolitano, con il Capo dello Stato che ha sostanzialmente «blindato» la maggioranza di governo. Il risultato della sequela di avvenimenti si è concretizzato ieri. Renzi si è presentato all’assemblea del Gruppo Pd al Senato ottenendo l’impegno dei suoi a procedere speditamente nell’approvazione della seconda lettura dell’Italicum, da portare a termine prima dell’elezione del successore di Napolitano. Nel frattempo, in Commissione Affari Costituzionali veniva sbugiardato l’accordo con Berlusconi sulla clausola di salvaguardia che avrebbe impedito l’entrata in vigore della legge prima del 2016. A quel punto è scattata la reazione azzurra, seppure nell’altro ramo del Parlamento. Alla conferenza dei Capigruppo alla Camera, infatti, Renato Brunetta ha chiesto di procedere con il pacchetto riforme solo dopo l’elezione del nuovo Capo dello Stato. La replica della presidenza della Camera è stata «diplomatica» ma ferma. «La questione Quirinale sarà trattata solo quando ci sarà un timing preciso». Tradotto: inutile parlarne ora se Napolitano, ufficialmente, non ha ancora parlato di dimissioni. La mossa di Brunetta ha però irritato i Democratici, che dal Nazareno hanno fatto filtrare un sibillino «siamo pronti ad andare avanti anche senza i voti di Forza Italia». Da quel momento si è scatenato un botta e risposta a colpi di «tweet» con i protagonisti a rinfacciarsi l’accusa di voler fare melina sull’Italicum. Nel frattempo, nella Commissione Affari Costituzionali del Senato, si andava avanti - senza l’accordo politico - con tempi lentissimi. Al punto che Mario Mauro dei Popolari per l’Italia ammetteva serenamente che «stiamo facendo finta di lavorare». Colpa dei diciassettemila emendamenti presentati, dei quali quindicimila solo dalla Lega. Col governo che sembrava ormai intenzionato ad andare in Aula senza il voto della commissione e quindi presentare il provvedimento senza relatore. Roberto Calderoli ha cercato ancora una volta la mediazione: «Se qualcuno pensa di utilizzare strumentalmente i miei oltre 15mila emendamenti per andare direttamente in Aula e prendere in giro la maggioranza si sbaglia. Se fosse ripristinata la clausola di salvaguardia, entro un solo minuto, ritiro tutti gli emendamenti». Mentre era Loredana De Petris di Sel a mettere Renzi nel mirino: È evidente che il Pd vuole forzare i tempi per modificare il calendario e di portare subito il testo in aula senza relatore. Una simile forzatura ha una sola spiegazione: il governo vuole varare subito l’Italicum per poi renderlo applicabile con un decreto anche al Senato e imporre le elezioni anticipate». A Forza Italia non restava che dirigere i suoi strali contro Napolitano: «Ha parlato come dominus di tutto, e cioè il Segretario Politico del Partito» ha scritto il Mattinale, «addirittura ha avuto l’ardire di proiettare il suo mandato oltre i due già ricevuti, consegnando un compitino al successore».
Rissa sui tempi, il «Nazareno» scricchiola
Forza Italia: «Italicum dopo il Colle». La replica Dem: «Avanti senza i vostri voti»
