E va bene la raccomandazione del ministro Maria Elena Boschi a «non tirare Prodi per la giacca». Va bene la consapevolezza di come tante volte in Conclave si entri Papa e si esca cardinale. Però il nome dell’ex leader dell’Ulivo continua a correre, e una serie di elementi autorizza a pensare che il suo iper attivismo politico-mediatico degli ultimi tempi non sia soltanto dedizione alle grandi questioni internazionali. Uno di questi elementi è il pallottoliere. Premessa: in momenti come quello attuale, dove i partiti soffrono di psicodrammi interni e il quadro generale è piuttosto fluido, qualsiasi operazione numerica ha una «scientificità» molto labile. Tuttavia facendo un paio di addizioni, il risultato aiuta a tratteggiare il ritratto di quel candidato Presidente che, dalla quarta votazione, potrebbe raccogliere la maggioranza assoluta necessaria per fare bingo. E quel ritratto coincide con il volto occhialuto e bonario di Romano Prodi. Partendo da una situazione di 1.008 elettori, tra deputati, senatori e i delegati delle Regioni, il quorum sarebbe infatti di 505. E il professore bolognese potrebbe superarlo, arrivando, secondo i calcoli a 561. Di cui 525 derivanti dal consenso tra Camera e Senato. Ovvio che il Pd farebbe la parte del leone, con 416 votanti. Poi Scelta Civica, al netto della scissione di Mario Mauro, avrebbe 33 elettori. Vuoi che i «montiani», sull’onda della comune vocazione euro-tecnocratica dei due prof (oggi da entrambi disconosciuta perché fa tanto scomodo) non diano il loro assenso a Prodi? E poi c’è Sel. Vendola ha già da tempo garantito il suo via libera all’ex presidente della Commissione Europea. La sua bisaccia contiene 33 voti in Parlamento, più il proprio in quanto Presidente della Regione Puglia. Poi è la volta dei fuoriusciti dal Movimento 5 Stelle, che sono, al momento, 21. E ancora la sparuta pattuglia tabacciana, tre moschettieri (ma tre davvero, non quattro come in Dumas) alla Camera. E una quota di «altri» presi qua e là tra gli indipendenti, portabandiera di sigle autonomiste e senatori a vita. Totale: 525. A questi, poi, vanno aggiunti i delegati regionali. 58 in tutto. Tre per regione, a parte la Val d’Aosta che ne ha soltanto uno. Stando ad un calcolo ottenuto tenendo in conto i nuovi assetti in campo e proiettando indicativamente 2 delegati favorevoli a Prodi e 1 contrario (a parte le 3 regioni del centrodestra), si aggiungono altri 36 voti nella stiva del prof. Che, uniti ai 525 della Camera, fanno arrivare la quota a 561: 56 sopra l’asticella. Ma il salto, ovviamente, può subire variazioni. Sia verso l’alto che verso il basso. Ed è questo il dato politico che va sottolineato, al di là della scientificità dell’analisi. Nel 2013, chiaramente, il Movimento Cinque Stelle si mosse come un sol uomo, e ora arriva all’appuntamento sfilacciato e con la diarchia Grillo-Casaleggio ampiamente scolorita. A ciò si aggiunge il numero dei fuori usciti che, come visto, non è indifferente e costituisce un punto a indubbio vantaggio di Renzi. E poi c’è la questione Pd. Un anno e mezzo fa, in 101 affondarono Prodi. Stavolta ne potrebbero bastare molti di meno, quasi la metà. Questo significa che considerando un’agenda politica pericolante, tra Italicum e riforme istituzionali, gli agguati sono sempre possibili. Tanto più con la profondità della frattura all’interno del Pd. Sul punto non basta di certo non evocare più la scissione per poter dire di aver superato i problemi, che sono tanti e riguardano la difficoltà di convivenza tra l’identità politica della sinistra e la non identità del club fiorentino. «A Renzi auguro di avere molti come me in giro», ha detto Bersani rassicurando di non avere intenzioni di brutti scherzi in vista del voto per il Quirinale. Sarà. Ma il voto segreto, e Bersani stesso lo sa bene, è una gran brutta bestia.
Ex cinquestelle e membri regionali. Così Prodi sogna di salire al Colle
Cosa è cambiato rispetto al 2013
