Va bene che siamo in periodo di Babbo Natale, e quindi ci può anche stare che le «fonti della Presidenza del Consiglio» spieghino che, al centro dell’incontro di ieri tra Matteo Renzi e Romano Prodi ci siano state «questioni di politica internazionale, con un particolare riferimento alla Libia, l’Ucraina e l’economia europea». Tuttavia, il colloquio di Palazzo Chigi assume un’importanza sostanziale ai piani leggermente più bassi rispetto ai massimi sistemi mondiali, cioè nelle beghe della povera casa nostra. Nello specifico all’interno del Pd, dove le fibrillazioni tra gruppo dirigente e opposizione sono (anche) legate all’elezione del prossimo inquilino del Colle. Partita nella quale l’ipotesi Romano Prodi è tornata a giocare un ruolo non secondario. È amato moltissimo da Civati. Un bel po’ dal resto della minoranza Pd, considerando che il suo affondamento da parte dei 101 franchi tiratori nel 2013 costò la premiership a Pierluigi Bersani (e chissà se l’ex segretario si riferiva proprio a quel fatto, quando ieri ha sferzato le ripetute richieste di lealtà, provenienti dalla zona del premier, notando che «non da tutti i pulpiti si possono accettare le prediche»). Ma Prodi è amato anche da Vendola e potrebbe esserlo pure da parte del Movimento Cinque Stelle. Pallottoliere alla mano, quindi, si delinea un asse, al momento solo virtuale, di cui Renzi ha evidentemente cominciato a prendere seria contezza. E così, dopo una domenica convulsa, con il premier che in assemblea nazionale del Pd aveva sferzato la stagione dell’Ulivo (suscitando gli strepiti di Arturo Parisi, Sandra Zampa e lo stesso Bersani) ieri è arrivata la correzione di rotta. Dapprima il miele che Ernesto Carbone, piddino di stretta osservanza renziana, ha cosparso dagli studi di Agorà. A proposito della successione a Napolitano, infatti, ha chiarito: «Se voterei Prodi? Certo che lo voterei! Romano Prodi è una grandissima persona, una risorsa per il Paese!». E poi, il clou con l’incontro del pomeriggio tra i due diretti interessati. Il primo ufficiale, per la precisione. Che assume centralità anche tenuto conto che l’altro motore del Patto del Nazareno, Forza Italia, appare quasi in avaria per lo scontro interno tra Berlusconi e l’area Fitto e non è in grado di offrire, attualmente, un’interlocuzione compatta in vista della scelta quirinalizia. Per Renzi, quindi, se al momento appare di difficile realizzazione il sogno di riuscire in una «operazione Ciampi», cioè un candidato Presidente della Repubblica così condiviso da essere eletto alla prima votazione, appare più realistico l’obiettivo di non rompersi le ossa in un braccio di ferro con una sinistra (nel suo partito e fuori) che sul fondatore dell’Ulivo può trovare una convergenza. Alquanto dolorosa per l’inquilino di Palazzo Chigi. Le dichiarazioni del post colloquio tra il Premier e il Professore accendono, in proposito, più di una spia. «Prodi da Renzi? Sono contento» ha detto Bersani. «Bene l’incontro tra Renzi e Prodi. Spero che il professore sia riuscito a trasmettere a Renzi una visione più veritiera degli ultimi vent’anni della vicenda politica italiana e del ruolo dell’Ulivo e del centrosinistra», ha affermato Alfredo D’Attorre. «Fa sempre bene confrontarsi con Prodi. È uno di quei confronti che serve», ha sostenuto Francesco Boccia, lettiano. Civati ha salutato il faccia a faccia come un «Bel segnale, finalmente una nota positiva». Sulla stessa linea Stefano Fassina che vi ha visto un «fatto positivo». Così parlò, dunque la minoranza Pd. Dal lato Renzi, emergono le dichiarazioni del ministro Maria Elena Boschi, che da Porta a Porta ha definito il professore «autorevolissimo sui temi internazionali» e, scendendo nella grana Colle, ha detto di aver votato Prodi nel 2013, tuttavia esprimendo una cautela sul domani: «Non tiriamolo per la giacca, visto com’è stato trattato l’altra volta. Quella figuraccia non la ripeteremo». Parole che, messe insieme, evidenziano quanto sia utile per Renzi, aggrovigliato tra Italicum e Riforme Costituzionali, aggrapparsi a Prodi. Uno che, stando ai curiosi parametri storici fissati dal premier alla Leopolda, è più vicino al telefono a gettoni che all’Iphone. Ma la politica, si sa, è il regno dell’impensabile. E spesso anche della nemesi.
Renzi ora teme la maledizione Prodi
Il premier per tenere a bada l'ala sinistra del partito invita il Prof a Palazzo Chigi. Tensioni sul Quirinale. Bersani, vittima dei "101", avvisa: "Lealtà? Da che pulpito..."
