L’intervento di Stefano Fassina all’assemblea del Pd è stato autentico. Un autentico grido di dolore di una minoranza che si sente mortificata. Un altro, forse più doloroso atto di dolore, è stata la simultanea scelta di Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema di non presentarsi proprio alla riunione. Non si tratta di una diserzione, visto soprattutto che l’ex premier è un vero combattente, ma di calcolo tattico. I rapporti tra Renzi e la minoranza interna al suo partito procedono con stop and go, provocazioni reciproche e un continuo alzare l’asticella dello scontro che sta portando il Parlamento a diventare il luogo di vendette trasversali, per ora ancora piuttosto ridotte e circoscritte. Sarebbe più corretto parlare di scaramucce. Ma quando si arriverà all’elezione del nuovo presidente della Repubblica, forse già tra un mese, diventeranno guerriglia. Di fronte a tutto ciò, la novità più pronunciata sta in Matteo Renzi. Visto che gli avversari hanno di fatto schierato la squadra primavera e i titolari sono rimasti a casa, avrebbe avuto gioco facile a sbarazzarsi anche di loro. Invece ha scelto di abbassare i toni. E questa novità ha una doppia lettura. Renzi è spaventato dalla situazione, da un quadro soprattutto sul fronte economico che crea inquietudine. Ma piuttosto che usare il lanciafiamme, si è limitato a porgere una candela di pace. È un Renzi meno spavaldo, forse più consapevole del fatto che governare il Paese non è governare Firenze, che fare le riforme non è la stessa cosa che decidere un’area pedonale. Ma allo stesso tempo si è riadeguato al nuovo campo di gioco e ai nuovi avversari in maniera rapida. Se sarà stato anche efficace è presto per dirlo, ma non bisognerà attendere molto per saperlo.
Il passo indietro di Matteo
di Fabrizio dell’Orefice