La resa dei conti finale non c’è stata, ma chi si aspettava un’Assemblea nazionale del Pd infuocata non resta deluso. All’hotel Parco dei Principi di Roma va in scena infatti l’ennesimo scontro tra il premier-segretario Matteo Renzi e la minoranza Dem. Un anno fa, l’Assemblea incoronava a Milano Renzi come nuovo leade rdel Nazareno: raffica di flash per l’abbraccio sul palco con lo sfidante Cuperlo. Dopo 365 giorni il Pd è una polveriera pronta a esplodere, tra minacce di elezioni, scissioni più o meno imminenti e toni più che accesi. Il fuoco alle polveri lo dà il segretario, che nell’intervento di apertura sferza la minoranza interna: «Siamo quelli che cambiano l’Italia, non quelli che si mettono a mugugnare su chi cambia l’Italia. Non siete a discutere tra una corrente e l’altra, ma a cambiare l’Italia. Facendolo, restituirete bellezza alla parola politica», dice Renzi, che poi lancia l’anatema ai dissidenti: «Questo non è un partito che va avanti a colpi di maggioranza ma non starà fermo per i diktat della minoranza». Nuove minacce di elezioni anticipate? Per il premier il tema non c’è: «Chi vuole cambiare segretario si metta il cuore in pace: ha tempo da qui al 2017. Chi vuole cambiare il premier si metta il cuore in pace: ha tempo da qui al 2018. Ma chi vuole cambiare l’Italia non perda tempo e lo faccia oggi. Se si sta in Parlamento è per cambiare le cose e non per lanciare segnali. Se si vogliono lanciare segnali si fa il semaforo, non il parlamentare». La reazione della minoranza non si fa attendere. Stefano Fassina prende la parola e alza il tono della voce contro il segretario. «A me pare che il presidente del Consiglio cerchi dei pretesti per arrivare al voto anticipato - attacca - È inaccettabile la delegittimazione morale e politica che ogni volta fai in questa sede nei confronti di chi ha idee diverse dalle tue. Non ti permetto più di fare caricature, la minoranza non fa diktat, non vuole andare a elezioni e non vuole fare cadere il governo. Smettila di scaricare le responsabilità sulle spalle di altri». Poi Fassina rincara la dose: «Credo sia grave che Renzi non abbia speso una parola sui milioni di persone che venerdì sono scesi in piazza rinunciando a parte dei loro stipendi. Questo significa che il Pd sta cambiando identità. Il Pd partito della Nazione? A me sembra stia diventando il partito dell’estabilshment che attua il programma della Troika, svalutando il lavoro nell’impossibilità di svalutare la moneta». A suscitare i malumori della minoranza è anche la partita del Quirinale: l’auspicio dell’opposizione Dem è che il successore di Napolitano non sia semplicemente il frutto del patto del Nazareno. La replica di Renzi non si fa attendere e arriva poco dopo le 17, al momento delle repliche finali. «Non credo che qui ci siano delle caricature e credo che non sia una caricatura quando mi si dice che il nostro è un governo simile a quello della Thatcher o che la nostra è la linea della Troika o che il Jobs Act è una legge fascista - dice il premier - Ma un partito sta insieme sulla base di un principio di lealtà e non si vota contro il governo che si sostiene dopo che si è votato in direzione». Sulle elezioni, Renzi precisa: «Il collega Shinzo Abe è andato al voto alla prima difficoltà? Lo chiedo a Fassina: dobbiamo fare la stessa cosa? Io dico di no». Ma - precisa - «non possiamo immaginare di continuare a raccontare noi stessi come personaggi che vanno in Parlamento e rivendicano non la libertà di fare il parlamentare ma l’idea che quella che dovrebbe essere comunità diventi anarchia. Non cederò di un centimetro nella volontà di fare le riforme». La tensione nel Pd resta alta. Pippo Civati è l’unico - per il momento - a evocare apertamente la scissione: «Il re è nudo. Se andiamo al voto con questo programma io scendo: o faremo qualcosa di diverso o mi ritirerò a vita privata. Non dipende solo da me, ma anche se ci sarà qualcuno che lo vuole fare. Se mi trovo a disagio in un partito lo dico, ho su questo un atteggiamento molto laico. La mia lealtà è verso la Costituzione, non verso le riforme». Gianni Cuperlo prova invece a smussare gli angoli: «Saremo leali, ma pretendiamo autonomi. Noi siamo stati leali sulle riforme, abbiamo contribuito emendamenti, ritirandone decine per non mettere in discussione l’unità dell’impianto del ddl. Continueremo ad essere leali, ma pretendiamo autonomia» perché «sulle riforme costituzionali è il Parlamento ad essere sovtano». «Nessuno - prosegue Cuperlo - cerca il fallimento delle riforme, nessuno vuole la palude. Il punto è aiutare il Paese con le riforme giuste. Non si tratta di mugugnare, ma di migliorare. Alcuni milioni di lavoratori in sciopero il 12 dicembre sono stati mossi da pregiudizi nei confronti del governo? Non credo. Tenere vivo il richiamo con quelle piazze è il solo modo per evitare che quel popolo non ripieghi nell’antipolitica». Il lettiano Francesco Boccia è netto: la risposta alle prese di posizione delle minoranze «non può essere "o così o niente, o si fa come dico io o chi se ne frega". È questo aspetto che non funziona rispetto alla nostra storia e cultura».
Che fai mi cacci? Fassina come Fini
In assemblea scontro tra Renzi e minoranza del partito domocratico. Il segretario: niente diktat. Il deputato: smettila di prenderci in giro LEGGI ANCHE Alfano a «In mezz’ora»
