Politica

Napolitano cerca la mediazione. Ma tra Camusso e Renzi è scontro

Il primo è Giorgio Napolitano. Parlando dello sciopero generale, il Capo dello Stato premette che lui «ovviamente non entra nel merito delle ragioni degli uni o degli altri». Poi, aggiunge: «È bene che ci sia rispetto reciproco» e che «non si vada a una esasperazione come quella di cui oggi abbiamo il segno. Non fa bene al Paese». «Mi auguro - argomenta prima di lasciare Torino dove parlerà la Camusso - che si discutano sia le decisioni già prese, come quella della legge di riforma del mercato del lavoro, sia quelle da prendere soprattutto per il rilancio dell’economia e dell’occupazione in un contesto europeo». E che per queste tematiche così importanti per il Paese, ha sottolineato «si trovi la via di un discussione pacata». «Naturalmente poi il governo ha le sue prerogative, le ha anche il Parlamento ed ha il suo ruolo da svolgere il sindacato». Per tutte queste ragioni, sottolineate con forza il capo dello Stato, «è bene che ci sia rispetto reciproco di queste prerogative e che non si vada ad una esasperazione come quella di cui oggi abbiamo il segno». Se il Buono apre la strada, la Brutta ci si lancia subito. Se il Capo dello Stato in pratica chiede al governo di rispettare la protesta sindacale, la leader della Cgil ne approfitta per bastonare il governo. In cappotto e borsa rigorosamente rossi, avverte: «Se il messaggio di Renzi è “tiriamo dritto” sappia che sappiamo tirare dritto anche noi: non abbiamo bisogno di sentirci minacciati». «Senza il lavoro il Paese non esce dalla crisi, ma continua a sprofondarci dentro - sono le parole della segretaria Cgil -. Stiamo ripetendo al governo che senza il lavoro non ci sono prospettive per il Paese e per i 3 milioni di disoccupati e per i nostri figli che continuano a fare le valigie e andare all’estero». Camusso ribadisce che rifiutare il confronto è un errore, così come archiviare tutto come vecchio: «Forse per Renzi lo statuto dei lavoratori è vecchio, non vorremmo sentirgli dire che anche la Costituzione è vecchia». Poi l’affondo più pesante: «Possiamo sommessamente dire che di dilettanti allo sbaraglio ne abbiamo visti troppi e sono già bastati e che forse non dobbiamo ripetere un’esperienza che pesa sulle spalle di tutti noi, di quelli che da professori ci hanno spiegato come deve andare la vita e che hanno fatto sulle pensioni, sul mercato del lavoro, sulle norme un disastro». E Renzi? È il Cattivo. Prova a mettere le mani avanti e avverte: «I politici debbono avere il coraggio di fare le riforme, soprattutto in Italia dove è necessario cambiare». Il premier indica soprattutto in Pubblica Amministrazione, fisco e giustizia gli ambiti principali di riforma e torna a ricordare che «se cambiamo le cose davvero i nostri figli saranno orgogliosi di noi». «Una sola cosa dobbiamo fare insieme: avere il coraggio di essere orgogliosi del nostro passato ma anche di voler bene al futuro del nostro Paese», tiene comunque a dire dalla Turchia il presidente del Consiglio. I toni sono abbastanza soft, ma determinati nella sostanza: «Dobbiamo avere il coraggio di cambiare. Non possiamo far finta e pensare che mettendo la polvere sotto il tappeto le cose possano cambiare», anche perché «ritardare le riforme vuol dire condannare l’Italia a un lento declino». Toni che comunque non sembrano stemperare il clima in vista di quell’Assemblea nazionale di domani che lo stesso leader Pd ha indicato come sede di confronto sui "segnali politici" inviati dalla minoranza Dem quando il governo è andato sotto in commissione alla Camera sulle riforme. «Renzi vuole l’ubbidienza? Basta una parola. Per quanto mi riguarda se mi chiede di lasciare il mio posto di deputato, io un minuto dopo mi dimetto e gli restituisco quello che evidentemente ritiene di sua proprietà. Penso solo che in quel caso dovrebbe anche cambiare nome al Pd».

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