È schivo, razionale, non ideologizzato. Non ama i riflettori, non usa le inchieste per un «salto mortale» in politica e non pensa di fondare un partito dell’un per cento. Non si fida delle parole ma solo dei fatti, mette in piedi indagini solide, e quando c’è da indagare il potente di turno, valuta le carte e non il colore politico. E nonostante i dubbi di alcuni sull’aggravante mafiosa nell’ultima inchiesta, quella sulla «cupola romana», il valore di Giuseppe Pignatone, procuratore capo di Roma, non è mai messo in discussione. D’altronde, sarebbe difficile criticare chi, ad esempio, non si è mai fidato delle patacche di Massimo Ciancimino, l’imputato-testimone nel processo sulla cosiddetta «Trattativa Stato-Mafia», sotto processo per calunnia, considerato dall’ex pm Antonio Ingroia quasi un’«icona antimafia» e indagato, fatto processare e poi condannare per riciclaggio proprio da Pignatone. E sarebbe altrettanto complicato non apprezzare il modo in cui ha portato avanti l’inchiesta su Totò Cuffaro, l’ex governatore della Sicilia condannato per favoreggiamento a Cosa Nostra quando «gli altri» pm di Palermo, e fra questi c’era ancora lui, Ingroia, insieme al secondo «caselliano», Roberto Scarpinato, avrebbero voluto contestare al plenipotenziario dell’Udc il concorso esterno in associazione mafiosa, nonostante la mancanza di prove in tal senso e con il rischio evidente di vedere crollare l’inchiesta davanti al primo gip di turno. Ma già nella gestione del pentimento di Nino Giuffè, mantenuto segretissimo da Pignatone e dall’allora procuratore capo di Palermo, Pietro Grasso, emerge lo stile del magistrato. Quando i procuratori aggiunti Scarpinato e Guido Lo Forte lo scoprono, si dimettono, temporaneamente, dal pool antimafia. Non è un caso, dunque, se Massimo Carminati, l’ex terrorista dei Nar a capo dell’organizzazione criminale smantellata nella Capitale, il 27 gennaio di due anni fa, al telefono si dice preoccupato dell’arrivo di Pignatone a Roma, convinto che il magistrato non è uno «che gioca» e che anzi «avrebbe buttato all’aria Roma» dopo aver «capottato tutto in Calabria». Ma prima di approdare nella Capitale e fare del «Porto delle Nebbie» di piazzale Clodio un ricordo, e prima ancora di giungere in terra calabra per tirare «fendenti giudiziari» contro la ’ndrangheta, Pignatone combatte i boss della criminalità organizzata in Sicilia. È lui che, negli anni ottanta, mette sotto inchiesta don Vito Ciancimino, sindaco mafioso di Palermo, poi condannato per associazione mafiosa. Ed è sempre Pignatone, nel 2009, a mettere i ferri al boss dei boss, Bernardo Provenzano, dopo 40 anni di latitanza. E quando nel 2008 viene nominato procuratore capo a Reggio Calabria, diventa evidente che anche nel «regno della ’ndrangheta» la vita per i «padrini» calabresi diventerà presto comcplicata. La mega-inchiesta «Crimine», condotta parallelamente al filone lombardo «Infinito», porta la sua firma. Un’operazione che svela le ramificazioni delle ’ndrine al Nord e che si conclude con la condanna di quasi cento persone per omicidio, traffico di droga, estorsione, usura, corruzione, riciclaggio di denaro. E con «Crimine 2» lo stesso procuratore svela la nascita di una «locale» della criminalità organizzata calabrese in Germania, nella città di Freuenfeld. Da quando, il 12 marzo del 2012, si insedia a piazzale Clodio, la procura di Roma non è più la stessa. In buona sostanza, si è cominciato a fare sul serio, i «palazzi del potere» hanno smesso di essere intoccabili e per i criminali è cominciato il periodo più buio. Prima dell’inchiesta sulla cupola romana, infatti, Pignatone picchia duro su camorristi, mafiosi e ’ndranghetisti che dettano legge sul litorale romano, poi indirizza le sue indagini sugli scandali nella sanità laziale, gli illeciti nella gestione dei rifiuti, in particolare sulla discarica di Malagrotta, sul «Madoff dei Parioli», Giandranco Lande, condannato per una maxi truffa ai danni di vip romani. E infine, anche le indagini per riciclaggio di danaro sui conti dello Ior, la banca vaticana, fanno parte del «nuovo corso» romano avviato dal pm che catturò Provenzano.
Da Cosa Nostra alla Mafia di Roma
Storia del procuratore Pignatone, riservato e non in linea con Ingroia. Catturò il boss Provenzano, sbugiardò Ciancimino, in Calabria fece sfracelli
