All’interno del Partito democratico tira aria di resa dei conti, anzi, da notte dei lunghi coltelli. Il voto della minoranza in commissione alla Camera che ha fatto fare una figuraccia al governo sulle riforme non è stato derubricato a Palazzo Chigi come un incidente di percorso. Matteo Renzi non si è fatto sfuggire l’occasione di lanciare un messaggio ieri da Ankara: «Questo voto è stato definito un segnale politico da alcuni che lo hanno espresso. Di segnali politici il Pd parlerà in modo molto chiaro domenica», ha detto il premier promettendo: «Recupereremo» e «la riforma costituzionale andrà in aula a gennaio come previsto». Renzi su questo punto appare determinato: niente sconti, è ora di scoprire le carte. E la resa dei conti sarà all’Assemblea del partito domenica. «Qualcuno ha definito quel voto una questione tecnica - ha commentato Orfini - altri politica. Per quel che mi riguarda non è buona norma mandare sotto il proprio governo». Sempre il presidente del Pd: «Da un punto di vista puramente tecnico, nulla osta che ci sia un voto in Assemblea su questo o altri temi. All’ordine del giorno, tra l’altro, è prevista una relazione del segretario sulla situazione politica». Ma il voto dell’Assemblea non sarebbe un voto qualunque, qualcosa piuttosto in grado di far uscire la minoranza allo scoperto e metterla di fronte alle proprie responsabilità. Si potrebbe sottoporre al voto il discorso del segretario, comprensivo di un esplicito riferimento alla questione minoranza. Oppure si potrebbe replicare con una legittimazione più ampia il voto dell’ultima Direzione, che si espresse con chiarezza sulle riforme, un voto tradito dalla minoranza: questa l’interpretazione dei renziani. E certamente non andrà come nel giugno scorso in Assemblea, con i 14 autosospesi al Senato e la polemica con Corradino Mineo (il problema erano sempre le riforme). Alla fine il «Renzi vittorioso» non prese provvedimenti. La tensione nel partito, al momento, è alta e prova ne è la dichiarazione rovente del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio: «Se la minoranza del Pd vuole andare a votare lo dica. Noi vogliamo continuare e arrivare fino al 2018». E ancora: «Gli incidenti parlamentari possono anche capitare, ma quello che è successo l’altro giorno non esiste» ha dichiarato Delrio. «È stupefacente - ha risposto subito Massimo D’Alema - che una persona ragionevole come il sottosegretario Delrio, nel giorno in cui escono i dati della produzione industriale con l’ennesimo segno meno, non trovi di meglio che minacciare i parlamentari. Delrio - ha proseguito D’Alema - dovrebbe sapere che le riforme costituzionali sono materia squisitamente parlamentare e che i deputati e i senatori hanno il diritto e il dovere di cercare di migliorare testi che restano contraddittori e mal congegnati malgrado il notevole impegno della relatrice».
E Renzi prepara la resa dei conti con la minoranza
All’interno del Partito democratico tira aria di resa dei conti, anzi, da notte dei lunghi coltelli. Il voto della minoranza in commissione alla Camera che ha fatto fare una figuraccia al governo...
