Politica

Pure chi ci prova non capirà mai

di Giorgio Maria Bressa, Professore di Psichiatria dell’adolescenza Università di Torino

Adesso che sembrerebbe venuto il momento di capire nei particolari quello che sembra accaduto al piccolo Loris, è invece giunto il momento di tacere. Di coprire con un sorriso triste ed un gesto di pietà tutta la vicenda. Tanto non riusciremo MAI a capire. E non ci riusciranno gli inquirenti e neppure i giudici e men che meno gli psichiatri cui si chiederà l’oracolo. È morto un bimbo, probabilmente ucciso dalla madre, e basta così. Come spiegarsi con le fragili trame del nostro cervello un gesto che ha voluto essere onnipotente, di togliere la vita alla persona cui anni fa era stata data. E, nelle nostre religioni questo potere lo ha solo Iddio e tentare di emularlo, per qualsiasi ragione, è solo un drammatico segnale di sfida compiuto in modo arbitrario. Non ci sono leggi naturali o malattie mentali che forniscano qualche indizio cui appellarsi, quasi per sentirci più sicuri che, se sappiamo perché, a noi non capiterà. Un altro disperato segno di fragilità. La nostra mente produce e distrugge di continuo, nella lotta per la sopravvivenza ma in alcune situazioni drammatiche perde ogni controllo e tenta solo di annullare, di allontanare la tragedia della vita quotidiana, dei ricordi, dei pensieri, delle ansie. Annulla la propria esistenza sottraendosi, o sottraendo lo stesso prodotto della propria vita in un inutile e drammatico tentativo di mantenere intatta la propria per espiare, per soffrire e per pagare la colpa. Non potremo mai capire ed allora allontaniamoci subito, senza bisbigli e senza curiosità infelici da questa vicenda lasciando che ci rimanga solo un profondo, duraturo senso di dolore e di pietà. Deve prevalere la pietà, in questo momento, per tutti quelli che rimarranno a lungo, per sempre attoniti. La pietà, miscuglio intensissimo di un sentimento che il nostro cervello elabora per non condannare e per non giustificare, ma per restare silenziosamente in disparte e riflettere quanto siamo pericolosamente imperfetti.

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