Era prevedibile che dal mare magnum di un’inchiesta come quella di «Mafia Capitale» qualcuno cercasse di attingere un secchiello d’acqua da portare al proprio mulino. Soltanto che, trattandosi di acqua salata, lo sforzo diventa inutile se non controproducente. Prova ne arriva da quella parte del Pd che nel marasma alza la manina per sbandierare il vessillo del finanziamento pubblico ai partiti. Ieri l’ha fatto Gianni Cuperlo, esponente della minoranza. Commentando le vicende della Capitale, ha affermato: «La mia domanda è se è stato giusto combattere per cancellare il finanziamento pubblico alla politica, forse abbiamo ceduto troppo facilmente». Prima di lui, sabato, in un’intervista alla Stampa , aveva battuto il tasto Rosy Bindi: «Credo sia un problema di finanziamento alla politica: io sono per quello pubblico, controllato nella giusta quantità, perché quello privato, anche trasparente, non è mai garantito». Non che la posizione di quanti sono favorevoli al finanziamento pubblico sia sbagliata, specie considerando che la sua cancellazione è avvenuta sull’onda emotiva degli scandali dei rimborsi ai gruppi regionali. E l’emotività, insegna la storia, non è mai una bussola affidabile. Perciò, il ragionamento di Cuperlo & Co. si squalifica riferendosi al caso specifico. Considerando, innanzitutto, che la legge sull’abolizione del finanziamento pubblico è stata pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 26 Febbraio di quest’anno. E il “sistema” di Carminati & Co., come si è visto, affonda le radici a molto prima. È un fiume carsico che attraversa varie epoche della politica romana e costituisce, per molti aspetti, l’evoluzione temporale di quella commistione tra istituzioni e malavita che nella Capitale ha fatto storia, cinema e letteratura. Il finanziamento pubblico c’entra poco o nulla, come ben poco riguarda gli altri scandali che hanno attraversato la Penisola nella storia recente e che hanno avuto al centro il rapporto malato tra politica e affari. Iniziando dall’altro caso al centro della cronaca giudiziaria romana, anche se, in questi giorni oscurato dalle vicende di Carminati e sodali: la vicenda Marco Di Stefano, deputato Pd, sotto inchiesta per la presunta tangente di 1,8 milioni di euro ricevuta dai costruttori Pulcini all’epoca in cui era assessore al Patrimonio nella Regione Lazio, giunta Marrazzo. I fatti si riferiscono al periodo 2008-2009. E proprio al 2009, tra l’altro, risale la scomparsa di Alfredo Guagnelli, ex braccio destro di Di Stefano, a proposito della quale la Procura di Roma indaga per omicidio. E poi, andando più su, molto più su, salta agli occhi la vicenda del Mose, con la valanga di arresti iniziata nel 2013 che ha fenduto trasversalmente il quadro politico veneto, dalla sinistra (nome eccellente il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, area Pd) fino al centrodestra (dove spiccano gli azzurri Giancarlo Galan, ex presidente regionale e l’eurodeputata Lia Sartori). E ancora, spostandosi più a Ovest, la lente d’ingrandimento sulla Lombardia offre un microcosmo sgradevolmente vitale. Dal celebre «sistema Sesto» (da Sesto San Giovanni), un ingranaggio di mazzette e riqualificazioni edilizie che travolse il piddino Filippo Penati, fino alle indagini sui bandi pilotati per gli appalti dell’Expo 2015, che hanno riportato agli onori poco onorevoli delle cronache giudiziarie due nomi ben noti sotto Tangentopoli: Primo Greganti e Gianstefano Frigerio, finiti in manette, ora come allora. Passando, sempre in Lombardia, per l’inchiesta sulla Sanità Lombarda, che gettò dal burrone l’era formigoniana. Scendendo lungo l’appennino è necessario un pit stop in Emilia Romagna con il caso Terremerse, una storia di finanziamenti ad una cooperativa che ha visto la condanna in appello dell’ex governatore Vasco Errani (poi dimessosi) e uno sguardo poi al caso toscano Monte dei Paschi, con il perverso intreccio tra potere bancario e politico assolutamente bi partisan. E, ancora più giù, si arriva a Taranto, con la «rete di protezione» istituzionale a favore dell’Ilva della famiglia Riva che da tempo ha concentrato le attenzioni della magistratura sulla sinistra pugliese di marca vendoliana. Tutti casi (e sono soltanto alcuni) dalle radici profonde nel tempo, che testimoniano come non è certo una legge, nello specifico quella sull’abolizione del finanziamento pubblico, ad aver aperto la voragine etica e culturale sulla politica italiana a più livelli amministrativi. Che, come ha recentemente calcolato Transparency Italia, ricaccia il nostro Paese, quanto a corruzione percepita, tra i peggiori d’Europa.
Cuperlo: «Ripensare il finanziamento» Ma gli scandali nascono prima dello stop
Pietro De Leo Era prevedibile che dal mare magnum di un’inchiesta come quella di «Mafia Capitale» qualcuno cercasse di attingere un secchiello d’acqua da portare al proprio mulino. Soltanto che,...
