Mafia Capitale e rating delcassato a BBB-, l’anticamera della «spazzatura». Davvero un brutto modo di festeggiare il primo anno al Nazareno. L’8 dicembre del 2013 Matteo Renzi stravinceva le primarie dopo aver dominato anche il congresso nei circoli, diventando segretario del Partito democratico. Fu solo il primo passo dell’ascesa dell’allora sindaco di Firenze, che di lì a un paio di mesi riuscì, a forza di dirgli «stai sereno», a sfrattare il collega di partito Enrico Letta da Palazzo Chigi. Renzi guida così il Pd da un anno. Trecentosessantacinque giorni vissuti pericolosamente. Lo zenith del consenso alle elezioni europee dello scorso maggio, quando Matteo vinse lo scontro muscolare e a colpi di slogan con Beppe Grillo e il M5S, portando - complice anche la crisi politica che già erodeva consensi a FI e il centrodestra - il Pd al 40,8%. Record assoluto nella Seconda Repubblica e terzo miglior risultato di sempre nella storia repubblicana. Il palmares di Renzi, però, è reso ancor più prestigioso da altri successi, come quelle conseguiti alle elezioni regionali. Il Pd, in quest’ultimo anno, ha vinto in Sardegna, in Basilicata, in Abruzzo, in Calabria e in Emilia Romagna. Successi, tuttavia, resi amari dalla bassissima affluenza che ha toccato il minimo proprio in Emilia, feudo rosso per antonomiasia in cui il 23 novembre scorso s’è recato a votare solo il 37% degli aventi diritto. Un altro record, ma in negativo. I successi elettorali, tuttavia, sembrano dare ragione a Renzi, che di momenti delicati ne ha vissuti. Eccome. Patto del Nazareno, Italicum, riforme costituzionali, Jobs Act e legge di Stabilità, riforma della giustizia e innumerevoli altri decreti legge o disegni di legge del governo vanno avanti tra mille difficoltà e a colpi di voti di fiducia. Tra i record che detiene Renzi ci sono anche questi: 30. I sue tre predecessori a Palazzo Chigi - Berlusconi, Monti e Letta - si sono fermati a molto meno pur avendo governato per poiù tempo (sinora) di Matteo. E che dire del Pd? Vince, certo, ma di fatto è sfasciato. Qualcuno dice che non esiste più, oggi ce n’è un altro, il Pdr, il Pd di Renzi o Partito di Renzi. Gli ex Ds sono stati annichiliti, qualcuno medita la scissione. Anche il rapporto con i corpi intermedi è pessimo: i sindacati - dalla Fiom alla Cgil passando per la Uil e la Cisl - non lo hanno mai amato e il Jobs Act ha sancito l’ultima frattura. Csì come Renzi in questo anno ha scontentato un po’ tutte le categorie: editorialisti, magistrati, avvocati, pensionati, imprenditori. Le ultime grande sono di questi giorni. Lo scandalo Mafia Capitale mette a dura prova il Pd. Standard & Poors ha delcassato il rating dell’Italia da BBB a BBB-: un ulteriore delcassamento e i titoli italiani verranno considerati «spazzatura». A marzo la Commissione Ue - che già aveva ripetutamente ammonito il governo - non ci farà sconti sulla tenuta dei conti pubblici. Inevitabile, però, che a turbare i sonni di Renzi oggi ci sia l’inchiesta «Mondo di mezzo» sulla mafia romana che coinvolge il Pd capitolino, quello che Matteo ha spesso definito «il Pd peggiore d’Italia». Davanti alla marea montante dell’inchiesta della Procura di Roma - chiarisce il fedelissimo Luca Lotti - il premier non ammetterà «zone grigie»: gli indagati devono fare un passo indietro da incarichi e responsabilità locali e nazionali. Renzi vuole «pulizia» e al tempo stesso è impegnato a rilanciare l’impegno del governo. Per questo, dopo l’incontro di venerdì con il ministro Pier Carlo Padoan, il premier ha deciso di stanziare nella legge di Stabilità 200 milioni per avviare il «rammendo» delle periferie, il progetto di recupero delle banlieue ideato dall’archistar Renzo Piano e dal suo staff. Troppi i segnali di allarme arrivati dalle periferie, Roma in primis, tra cittadini alle prese con la crisi economica, occupazioni di case e tensioni fortissime con gli immigrati. Con un inevitabile rischio di cortocircuito tra disagio e criminalità. Il governo, attraverso il commissario Anticorruzione, Raffaele Cantone, si sta muovendo anche su un altro fronte: un nuovo Codice degli appalti da calendarizzare con urgenza in commissione al Senato. Iniziative concrete per dimostrare che l’esecutivo reagisce allo scandalo romano. Sul fronte del Pd, il segretario chiede la linea dura di fronte a responsabilità acclarate «anche se non bisogna fare di tutta l’erba un fascio». Nel Pd comincia a circolare il timore che non siano ancora finiti i nomi dei dirigenti Dem finiti nell’inchiesta.
Renzi, un anno vissuto pericolosamente
L’8 dicembre scorso la vittoria alle primarie e l’elezione a segretario del Pd. Dal successo alle europee agli scandali romani: tutti gli alti e bassi di Matteo
