Aveva sempre detto di non vedere l’ora di deporre al processo per raccontare la sua verità. E finalmente ieri Francesco Schettino, giunto in ritardo sull’orario previsto, alle 9.40 si è seduto sul banco dei testimoni dell’aula del Tribunale di Grosseto allestita nel Teatro Moderno dove è in corso il dibattimento per il naufragio della Costa Concordia all’Isola del Giglio, il 13 gennaio 2012, costato la vita a 32 persone. La linea difensiva dell’ex comandante, imputato per omicidio colposo plurimo, naufragio e abbandono della nave, è sempre la stessa: scaricare le responsabilità su altri per alleggerire la propria posizione. Ma dal canto suo il procuratore capo di Grosseto, Francesco Verusio, ha detto che «Schettino merita una condanna a 20 anni». Ieri, nella prima parte dell’interrogatorio, lo scontro con il pm è stato tutto su dettagli tecnici. Secondo la difesa di Schettino, le vittime non sarebbero morte in seguito all'incidente, ma per problemi strutturali della nave, dei quali Schettino non era a conoscenza, come la mancanza di un generatore di corrente e di compartimenti a tenuta d'acqua, che avrebbero impedito un'efficiente evacuazione. «Ritengo che non siano emerse assolutamente delle carenze della nave» ha replicato a margine dell’udienza Marco De Luca, legale di Costa Crociere. «Inoltre essendo Schettino il comandante a cui la legge dà tutti i poteri e le responsabilià, se ci fosse stata qualche carenza un minimo significativa per la navigazione, lui avrebbe avuto il dovere di intervenire proprio perché era il comandante. Non bisogna dimenticare - ha precisato l'avvocato - che questo è un atto di difesa di Schettino, ed è legittimo che lui sostenga tutte le tesi che ritiene possano essere portate a sua difesa». «Non è un processo contro un delinquente o un assassino, ma contro una persona perbene che è sempre stata tale, che ha sempre faticato nella propria vita e nella propria esistenza scalando tutti i gradini. È accaduto un incidente, un incidente marittimo come tanti altri» ha invece affermato Domenico Pepe, legale di Schettino. Durante la sua deposizione, che è terminata poco dopo le 18 e riprenderà oggi, Schettino ha detto che chiese «all'ufficiale di turno di avvisarmi quando saremmo stati a cinque o sei miglia dal porto del Giglio. Sono andato al tavolo del ristorante che avevo detto al metre di lasciarmi verso le 20.30» e prima, ha spiegato, «avevo detto all'ufficiale di rallentare la velocità della nave». Poi ha ricordato che i passaggi sotto costa «si sono sempre fatti», che il comandante della nave ha la «facoltà di tracciare la rotta ma non ha obbligo di informare l'armatore. Non c'era pianificazione di navigazione turistica, come si fa in un golfo con sosta. Si è trattato di una accostata e quindi non c’era bisogno di avvisare». Con l’«inchino» al Giglio Schettino voleva «prendere tre piccioni con una fava»: uno era per il gigliese Tievoli, «che per tramite del comandante Bosio mi ricordò del passaggio sotto il Giglio che doveva essere compiuto e che era stato chiesto due crociere prima di quella del naufragio», l'altro per Antonio Palombo, comandante in pensione con casa sull'isola; l'ultimo corrispondeva, invece, a «un fatto commerciale», «di "immagine", per far contenti gli ospiti a bordo». Ma il pm gli ha subito contestato che non sembra reggere la tesi di una manovra di tipo commerciale fatta a quell'ora, in pieno inverno, senza avvertire né la popolazione dell'isola, né gli ospiti della nave. Oltre alle motivazioni dell’«inchino», l’ex comandante ha fornito la sua versione anche sulla presenza in plancia di comando di persone estranee: «Non era vietata - ha spiegato - Ricordo addirittura che sul ponte di comando, mi sembra al costo di 60 euro, facevamo dei "bridge tour", cioè dei tour in navigazione per chi voleva comprare le escursioni. Io imponevo sempre all'hotel director un massimo di 12 persone, perché a volte per toglierseli di colpo 20, 30, 40 persone le volevano far salire tutte assieme». Questi tour, ha spiegato Schettino, avvenivano «esclusivamente durante la navigazione. Io li volevo fare in porto ma non era un'attrattiva per gli ospiti». In un altro passaggio dell'interrogatorio, Schettino ha affermato che «la genesi che ha portato al disastro è una stupidata. Non si creda che io non abbia tormenti per questa stupidata - ha detto - La genesi che ha portato al disastro è una stupidata, dove con un po’ di coscienza bastava parlare e dire la cosa».
Schettino: «L’inchino? S’è sempre fatto»
Deposizione dell'ex comandante: era una questione commerciale per far contenti gli ospiti. IL VIDEO Schettino in fuga aspetta la scialuppa. LE TAPPE Dal naufragio al viaggio verso Genova
