Politica

«Roma è diventata un museo chiuso c’è bisogno di respirare aria diversa»

Monsignor Rino Fisichella è senza dubbio uno dei volti più noti della gerarchia cattolica italiana.

Monsignor Rino Fisichella è senza dubbio uno dei volti più noti della gerarchia cattolica italiana. Ma è soprattutto un fine teologo e un uomo di grande capacità comunicativa. Lo dimostra anche la sua ultima opera, «Ho incontrato Paolo VI» (ed. San Paolo). Perché ha deciso di scrivere un libro sul Pontefice da poco proclamato beato? «È un libro che nasce essenzialmente come segno di riconoscenza verso un Papa che ha fatto la storia di questo Paese e non solo. Ha portato avanti con tenacia la grande intuizione di Giovanni XXIII del Concilio e ha traghettato la Chiesa nel periodo della grande contestazione. Poi merita gratitudine per la sua santità. Paolo VI non ha avuto la stessa simpatia di popolo riscossa da Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II e ora Francesco. La gente lo ha stimato ma non amato». Per quale motivo? «Perché lo vedeva ingiustamente distante nella sua timidezza e non lo conosceva per quello che era. Era invece “simpatetico” di fronte alle sofferenze. Però è stata la sua storia. Far conoscere la sua santità e la sua persona era per me un obbligo morale». In cosa è ancora attuale Paolo VI? «Su diversi fronti ma due in particolare. Molti sono concordi nel vedere l’importanza di aver intuito la necessità di una nuova evangelizzazione. Certo, l'espressione è di San Giovanni Paolo II ma il nuovo cammino inizia con la Evangelii Nuntiandi, pubblicata 10 anni dopo il Concilio. Era il periodo in cui nascevano la teologia della liberazione e moti strumentali di politica marxista, forme di rivoluzione che non riguardano l'azione della Chiesa. L'altro tema è l'Humanae Vitae. Quell'enciclica non fu compresa nel modo in cui il Papa parlava di paternità e maternità responsabile, dell'uso dei metodi naturali nella regolazione della procreazione, che oggi è rivalutato dalla stessa scienza, al di là delle interpretazioni strumentali». Come è cambiata la Chiesa da Paolo VI a Francesco? «Cambia come cambia la società. C'è il cambiamento di un'epoca che ancora non è terminato: in ogni periodo di passaggio c'è il momento della crisi, la necessità di trovare le strade giuste». Anche il Sinodo sulla famiglia fa parte di questo cambiamento? «Il Sinodo è solo iniziato, è in preparazione a quello dell'anno prossimo, anche se ha già fatto molto discutere. Purtroppo la reazione del popolo dimostra che lo ha percepito come portatore di grande confusione». Come mai? «Ritengo soprattutto per una non corretta informazione dei lavori sinodali. È stato un momento di confronto libero, come chiesto dal Papa. Ma non è uscita la problematica principale: come far percepire la bellezza e il valore della famiglia in una società che le crea continui ostacoli, come far emergere il desiderio di famiglia che esiste. La persona è relazione, il discorso del S. Padre a Strasburgo è sintomatico in questo senso. Da solo l'uomo soffre, muore per asfissia. Non percepire più la bellezza della famiglia porta a conseguenze tragiche. La crisi della famiglia è una crisi di fede, soprattutto in Occidente». A Strasburgo il Papa ha anche parlato di immigrazione. In Italia c'è la sensazione che non sia più sopportabile questa situazione. «L’immigrazione appartiene alla storia dell’umanità. Oggi è innescata dall’illusione della ricchezza dei Paesi occidentali che rappresentano il segno della dignità che è calpestata quando mancano il lavoro e i diritti primordiali. Ma è su un duplice livello: c’è un’immigrazione richiesta, perché manca forza lavoro, magari perché non si vogliono più fare certi mestieri, e c’è un’immigrazione che si impone per la povertà di interi Paesi. L’interrogativo è cosa fanno quelli più sviluppati per creare condizioni di crescita nelle zone più povere della Terra. Se ci fosse lavoro in Africa, in Medio Oriente, nell’Est europeo, molti resterebbero a casa loro. Manca una politica capace di pianificare. L’Italia è sempre stata accogliente ma serve una visione più realista: la povertà inserita in sacche di povertà è esplosiva». Il cambiamento nella Chiesa riguarda anche la Curia. «La Chiesa ha bisogno di cambiare perché è fatta di uomini e dunque è in continuo sviluppo. Ma sviluppo non significa alterare i contenuti della fede. Ha bisogno di cambiare nelle strutture per parlare del Vangelo e di Gesù agli uomini di questo tempo. Alcune strutture possono risultare obsolete, quindi vanno adeguate». Ma c’è chi rema contro le riforme di Papa Francesco? «Non credo. Tutti siamo consapevoli che ci sono problematiche nuove che toccano anche la dottrina e non possono essere evase. Richiedono intelligenza profonda e visione partecipata delle soluzioni in modo che siano efficaci nel tempo e coerenti con il Vangelo». A volte il Pontefice dà l’impressione di essere molto comprensivo con persone lontane dalla fede o di altre confessioni e di «bacchettare» il suo gregge. «Francesco ci chiede di mettersi in atteggiamento di uscita. Sprona vescovi, sacerdoti e cristiani a non rimanere chiusi nelle sacrestie. Lui ne è il primo testimone. Questa è la nuova evangelizzazione, l’esigenza di "uscire" per portare di nuovo il Vangelo. Del resto il Papa parla quotidianamente di misericordia: perché c’è chi si ostina a non vedere messaggi di accoglienza, di perdono, di sentirsi amati? Penso che questo sia il segno caratteristico del pontificato». Lei è stato il «cappellano» della Camera: il cambiamento dovrebbe riguardare anche la politica? «La crisi è dovuta a una politica debole che viene intesa solo come gestione delle realtà quotidiane e risponde alle esigenze di gruppi di interesse mentre la globalità dei cittadini si trova nella più totale indifferenza. Il problema è che la disaffezione alla vita politica porta alla mancanza di credibilità delle istituzioni». Ci vorrebbe un Papa Francesco nella politica italiana? «No, la politica non è fatta dall’"uomo della Provvidenza" ma da persone che hanno a cuore il bene comune e non l’interesse di lobby. De Gasperi nel 1922 diceva che questo Paese è in crisi permanente. È attualissimo. Occorre restituire alla politica la capacità di essere portatrice di un autentico senso di libertà nella ricerca del bene comune. L’apporto dei cattolici nella storia d’Italia in tal senso è emblematica. Bisogna "liberare la libertà", la politica ha la responsabilità di formare le nuove generazioni, deve raccogliere le sfide che attendono la generazione digitale. Altra questione fondamentale è l’identità: che ne sarà della tradizione umanista? E un terzo elemento di riflessione è quale concetto di persona stiamo concretizzando se siamo continuamente soggetti a una politica che deve sottostare a pretesi diritti individuali, che poi è tutto da dimostrare che siano tali. Non vedo una politica lungimirante, consapevole di tali sfide». Anche Roma non sfugge a questa logica. «Negli anni 70 pur nelle difficoltà c’era un tasso di umanità proverbiale. Temo che sia venuta meno questa identità, non si percepisce più. Roma è diventata un museo chiuso, mi fa soffrire. Sogno una città nuova, dove chiunque possa respirare la sua bellezza. Oggi c’è una situazione che non permette di vedere la vera identità dei romani, gente accogliente, sbarazzina per certi versi: dovremo recuperare. Non si può imporre a una città una visione parziale della vita, per di più ideologica». Si è appena spento l’ultimo cardinale nato a Roma. Che ricordo ha di Fiorenzo Angelini? «Quando parlava della morte il cardinale diceva che è una pratica d’ufficio da evadere senza fretta... Mi ricordava Andreotti, la sua ironia sottile che consentiva di sdrammatizzare le situazioni più difficili. Mi viene in mente il modo in cui ha vissuto gli anni del processo di Palermo. Spesso gli uomini pubblici in chiesa vengono additati, c’è il rischio di non essere se stessi. E invece ho avuto la possibilità di capire che Andreotti era un uomo di grande fede nei momenti in cui pregava a S. Gregorio Nazianzieno, la cappella di Montecitorio, senza che nessuno lo vedesse: è stata la testimonianza più significativa».

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