La protesta contro la tassazione è un legittimo strumento di visibilità politica, che però diventa socialmente proficuo, per tutta la collettività, quando contrasta una «tassazione cattiva» cioè sperequata e irrazionale, come quella sul patrimonio immobiliare. I cui difetti stanno soprattutto nella lontananza dai redditi con cui in ultima analisi si pagano sempre le imposte. Il valore di tutti i patrimoni, compresi quelli immobiliari, dipende infatti dai redditi: se l'immobile è privo di reddito e il valore diminuisce, anziché aumentare, la tassazione patrimoniale immobiliare è priva di giustificazione in termini di capacità contributiva. Essa finisce infatti per ricadere su «altri redditi» del titolare e se questi non sono inadeguati, diventa subito socialmente odiosa; è quanto accade per case vacanze utilizzate dal proprietario un mese l’anno, seconde case al paese di origine o case date in uso all’interno del nucleo familiare. Tassare questi patrimoni diventa una specie di inaccettabile «tassa su un lusso inesistente», che colpisce alla cieca patrimoni «non liquidi». Sarebbero quindi preferibili sovraimposte sui redditi immobiliari, come era un tempo l’Ilor. La tassazione attuale del patrimonio giustifica solo qualcosa di simile alla cosiddetta «Tasi», che vorrebbe giustificarsi col beneficio legato ai servizi comunali. Qui non si pagherebbe «sulla ricchezza», ma sul patrimonio come indice del godimento dei servizi comunali, tenendo anche conto del valore del patrimonio, ma senza allontanarsi troppo dal costo dei servizi. Le imposte immobiliari dovrebbero seguire i relativi redditi, lasciando al patrimonio la funzione di indice forfettario del godimento dei servizi comunali, secondo il principio cosiddetto del «beneficio».
Una punizione ingiustificata
di Raffaello Lupi, Professore ordinario di Diritto tributario all’università degli studi di Roma Tor Vergata