«Calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi». Inno Nazionale, sì, ma anche etichetta del momento tormentato all’interno del centrodestra. Dove quello che una volta era un assunto quasi genetico, cioè la possibilità di trovare, pur nelle avversità (tipo elezioni 2006), la quadra per presentarsi unito alle elezioni, ora appare come una scalata a mani nude. E questo vale in centro come in periferia. E se le elezioni regionali appena trascorse hanno dato prova di quanto la coesione sia un presupposto irrinunciabile per competere, quello che si dipana in vista dell’altra, ben più consistente tornata nel 2015 (sette regioni al voto) appare un percorso ad ostacoli. Quanto sta avvenendo in Toscana ne è l’emblema. Regione complicata, certo. Non solo per la tradizione di «radicamento» rosso, ma anche perché è terra del patto del Nazareno, essendo toscano sia uno dei due interlocutori principali, Matteo Renzi, sia lo stratega-demiurgo, Denis Verdini. Circostanza non da poco, che si ripercuote anche nella tessitura dell’alleanza regionale per sconfiggere l’uscente piddino Enrico Rossi. Tutto comincia con l’iniziativa del coordinatore regionale azzurro, Massimo Parisi, che ha inviato un lettera-appello ai vertici regionali dei partiti di centrodestra per ricostruire la coalizione. Missiva a cui, tra i partiti principali ha risposto concretamente solo la Lega Nord. Se Ncd mostra una posizione più attendista e prudente, Fratelli d’Italia rivendica una linea incisiva. Come documentato su queste colonne da Carlo Solimene l’indomani dell’accordo toscano tra Forza Italia e il Carroccio, il partito di Giorgia Meloni ha subito espresso le sue perplessità sull’iniziativa, e ed è stata proprio la leader a sottolineare il rischio principale –e paradossale- da evitare, cioè che Renzi potesse, di riflesso, influire sulla scelta del candidato del centrodestra. Insomma, il Patto del Nazareno come un fantasma aleggiante sull’Arno. Nel frattempo, di cose ne sono accadute. C’è stato uno sfiorato vertice tra Forza Italia e Fratelli d’Italia. E, fatto principale, Fdi ha messo il piede sull’acceleratore candidando a presidente il Capogruppo in Regione Giovanni Donzelli. Una sterzata, dicono all’interno, per cominciare a parlare chiaro e forte dei problemi reali della Toscana, considerando che Enrico Rossi, di fatto, è già in campagna elettorale. Un salto in avanti che però non è sinonimo di porta chiusa. Lo stesso Donzelli, infatti, si è più volte dichiarato pronto a fare un passo indietro qualora il centrodestra sia in grado di esprimere un candidato aggregante e condiviso. Per cui, Fratelli d’Italia contesta il metodo di un processo di scelta condotto non tra gli elettori, ma sui «tavoli di partito» e al chiuso dei palazzi. In poche parole, rilancia la necessità di primarie. Formula che riecheggia molto in questi giorni, tanto da essere al centro dello psicodramma al vertice di Forza Italia. Da nessuna parte il tema dei candidati presidenti di regione è di poco conto. Tanto meno, però, lo è in Toscana. Dove c’è l’unica legge elettorale regionale che prevede il ballottaggio. E nell’ipotesi, osserva Donzelli, che «l’astensionismo sia ai livelli dell’altra regione rossa, l’Emilia Romagna, siamo chiamati a non compiere alcun errore e a crederci fino in fondo, perché ora la svolta è davvero possibile».
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