Che liti, scontri e malumori all'interno del Partito Democratico portino a una scissione è un'ipotesi che di giorno in giorno si fa sempre più concreta. Martedì alla Camera, sul Jobs Act, è andato in scena l'ennesimo atto di una telenovela che si trascina ormai da mesi, il cui copione sembra già scritto e il finale inevitabile. Restano da definire soltanto tempi e modalità della fuoriuscita e soprattutto il peso politico dei 29 dissidenti del Pd. «C’è una parte della popolazione di sinistra, a cui Matteo Renzi non piace, che se i dissidenti fondassero un nuovo partito li voterebbe – spiega il professore Renato Mannheimer, presidente dell'ISPO Ricerche - Oggi anche Rosy Bindi ha parlato apertamente di scissione. Questo ipotetico partito da noi viene stimato intorno al 10%». Sulla stessa lunghezza d'onda Antonio Noto, direttore di IPR marketing: «Rimanendo nel Pd i dissidenti non hanno peso elettorale, ma visto che Renzi spinge verso posizioni più liberiste, riunendosi potrebbero conquistare quell'elettorato storico del Pd che adesso è in grande fermento. Questa minoranza, aggregandosi con Sel, si può valutare intorno al 9%». Per il sondaggista Luigi Crespi di fondamentale importanza sarà la scelta del leader di una nuova formazione: «Se dovesse essere Landini, a capo di un partito unico che riunisca tutta la sinistra italiana, potrebbero ottenere un risultato a due cifre, attestandosi intorno alle percentuali che raggiunse Rifondazione Comunista ai tempi di Fausto Bertinotti». Un'emorragia di voti consistente per il Presidente del Consiglio che, secondo i sondaggisti, dovrebbe essere compensata attingendo a quell'elettorato moderato che attualmente si rifugia nell'astensionismo. «È uno scenario comunque troppo futuristico, difficile, se non impossibile, fare previsioni, ci vorrebbe il mago Otelma – sottolinea Crespi - Credo che i voti in uscita Renzi potrebbe recuperarli al centro, ma non si può fare una stima precisa senza sapere neanche il leader del centrodestra. Se fosse Salvini, il premier potrebbe recuperare maggiormente il voto moderato. Renzi ha rapporti con Berlusconi e Verdini ma non è un uomo di destra, soprattutto per quanto riguarda la linea economica: lui fa annunci di destra e politiche di sinistra». Una tesi condivisa da Noto: «Una scissione nel Pd cambierebbe completamente gli scenari. Penso che a quel punto il premier metterebbe in atto il progetto di cui si è parlato alla Leopolda: il Partito della Nazione che ingloberebbe il Nuovo Centrodestra e l'Udc, conquistando così il consenso dei moderati che non votano per Salvini. Per fare questo però dovrebbe cambiare il nome al partito». Delle praterie che, in caso di scissione, si aprirebbero a Renzi nell'elettorato di centrodestra è convinto anche Mannheimer: «Lui ha sicuramente tutte le potenzialità per sfondare tra i moderati, dipenderà dalle sue capacità, da come saprà muoversi». Più cauta invece Alessandra Ghisleri, direttrice di Euromedia Research: «È troppo presto per ragionamenti di questo tipo, bisogna capire prima se ci sarà una scissione e poi studiare e analizzare attentamente i punti di riferimento, anche a livello sindacale, di questo nuovo ipotetico partito».
Il PD (Partito dei Dissidenti) vale già il 10 per cento
Sondaggisti concordi: «Se si uniscono a Sel vanno in doppia cifra»
