Politica

E Matteo ora ha il suo Pd

di Paolo Zappitelli

Doveva accadere. È accaduto. Per la prima volta nella sua storia - non lunghissima certo - il Partito Democratico si è spaccato in due. Non a parole ma nei fatti. Il voto sul Jobs act è stato lo spartiacque tra quello che il Pd era fino all’arrivo di Renzi e quello che sarà d’ora in poi: una formazione politica completamente modellata sul segretario dove chi non sta con il capo può anche salutare e andarsene. Nessuno li piangerà, nessuno proverà a fermarli. È il progetto, neppure tanto nascosto, che Renzi aveva già sbandierato durante la sua campagna elettorale: per vincere non ci servono i voti della sinistra - o almeno non solo quelli - ma dobbiamo andare a pescare nell’elettorato di centrodestra, tra i moderati. E il premier, come dimostrano le ultime elezioni regionali, è riuscito benissimo nel suo intento: nella rossa Emilia ha perso i consensi di chi sta con Landini ma in Calabria ha «rubato» a Berlusconi. E il centrosinistra è volato a un risultato mai raggiunto prima. Così ha vinto Renzi e così pensa di vincere in futuro. E se il voto di ieri non si è trasformato in uno strappo ancora più choccante è solo per la responsabilità politica dei dissidenti del Pd che - in massa - hanno preferito lasciare l’aula piuttosto che dare un voto contrario. Con piccole eccezioni che fanno tutte storia a sé. Bersani, pur non essendo d’accordo sul provvedimento ha dato il suo sì «per disciplina di partito». Enrico Letta, che lo sgarbo di Renzi ancora non l’ha metabolizzato, è rimasto lontano dall’aula, non mettendo proprio piede alla Camera; i soli «pierini» sono stati perciò due, Pippo Civati e Luca Pastorino che hanno votato no. Renzi non se ne occuperà e non se ne preoccuperà molto. Anzi. In cuor suo spera che i vari Fassina, Cuperlo, Pollastrini lascino e vadano a costruire una «cosa» di sinistra, lasciandolo padrone totale del partito, libero in questo modo di completare quella trasformazione del Pd in un contenitore capace di acchiappare voti anche nell’elettorato di centrodestra. Forte anche del fatto che, per il momento, il patto del Nazareno non subirà modifiche. Berlusconi, nonostante la pesantissima sconfitta alle regionali, non vuole rompere. Perché c’è da eleggere il presidente della Repubblica e c’è da correggere la legge Severino. E i numeri in Parlamento gli consentono ancora di essere decisivo in Senato. Al contrario della Lega che, pur essendo la vincitrice nell’ultimo voto, a palazzo Madama non pesa abbastanza. Certo, ieri l’ex Cavaliere ha spinto avanti Matteo Salvini facendo balenare l’idea che possa essere lui il prossimo leader del centrodestra. Ma questa è una storia ancora tutta da scrivere. E non è detto che abbia un bel finale.

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