Politica

Per la Cassazione e la Corte europea le lucciole sono legali e vanno tassate

«Lo ha detto la Cassazione, esplicitamente, sin dal 2010: la prostituzione tra adulti in Italia va considerata un'attività lecita e deve essere soggetta a tassazione su Irpef e Iva. Quindi è inutile aspettare ancora: gli strumenti per fermare questa giungla con ampio beneficio per le casse pubbliche ci sono già!». Paolo Lampariello, anima dell'associazione Ripartiamo dall'Eur che ha organizzato la manifestazione di ieri contro il degrado nel quartiere, parla con la competenza fiscale e l'esasperazione del commercialista con affaccio su viale Tupini, uno dei più trafficati crocevia notturni della processione a Venere degli automobilisti romani. Ed è lui, sentenze alla mano, a ricordare un dato di fatto spesso ignorato nel dibattito sull'opportunità di legalizzare la prostituzione per levare donne, uomini e trans dalla strada e tassare la loro attività: la giurisprudenza italiana e comunitaria, sul tema, si è già espressa con assoluta chiarezza e in tempi non sospetti. Come al solito in largo anticipo rispetto alla politica. Basta compulsare e mettere in fila le sentenze partorire dalla Suprema Corte sull'argomento. A partire dalla 20528 del primo ottobre 2010 pronunciata dalla sezione tributaria della Cassazione. Una donna della Repubblica Dominicana aveva fatto ricorso contro gli avvisi di accertamento ricevuti dall'Agenzia delle Entrate di Morbegno, in Lombardia. Il fisco aveva rilevato una sproporzione tra i versamenti eseguiti sui conti correnti della ragazza e il reddito che la stessa avrebbe dovuto percepire come «ballerina professionista». Una forbice che la donna aveva motivato con le «elargizioni e donativi occorsi in rapporto a varie frequentazioni amicali e relazioni intrattenute con terzi, da parte di soggetti non implicati nella gestione dei locali» in cui lei aveva lavorato. La commissione tributaria di Sondrio le aveva dato ragione, affermando che «lo stile di vita disinibito e licenzioso per procurarsi i mezzi finanziari per vivere non può essere fiscalmente perseguito», essendo «i compensi per attività di prostituzione non soggetti a tassazione». Una linea identica a quella sostenuta dal ministero del Tesoro nella risposta a un’interrogazione parlamentare del 1990. Un verdetto completamente ribaltato dalla Cassazione. «Quanto all’esercizio dell’attività di prostituta, tale dovendosi qualificare l’attività della donna che ha coltivato numerose relazioni lautamente pagate», hanno sostenuto i giudici nel 2010, «non vi è dubbio alcuno che anche tali proventi debbano essere sottoposti a tassazione, dal momento che pur essendo una attività discutibile sul piano morale, non può essere certamente ritenuta illecita». Una linea ribadita, sempre dalla Suprema Corte, nel maggio 2011. Anche in questo caso, i giudici si trovarono ad esaminare il ricorso di una donna contro le contestazioni del fisco, dopo gli accertamenti su IVA e Irpef da parte della Guardia di Finanza. «Il reddito tratto dall'attività di prostituzione va assoggettato all'imposta diretta", scrivono i giudici. Non solo: nella sentenza si dice anche che gli introiti derivanti dal mestiere più antico del mondo devono essere soggetti anche all'imposta sul valore aggiunto. Per la Cassazione infatti "deve affermarsi l'assoggettabilità ad IVA dell'attività di prostituzione, quando sia autonomamente svolta dal prestatore, con carattere di abitualità: seppur contraria al buon costume, in quanto avvertita dalla generalità delle persone come trasgressiva di condivise norme etiche, l'attività predetta non costituisce reato, e consiste in una prestazione di servizio verso corrispettivo». Una prestazione di servizi retribuita, dunque, perfettamente legale. L'orientamento, ribadito anche da un'ordinanza del 2013 della sesta sezione civile della Cassazione, è stato d'altra parte scolpito sin dal 2001 nella pronuncia della Corte di Giustizia Europea del Lussemburgo (organo dell’UE). La prostituta e al prostituto, in base a questo indirizzo, potrebbero ed anzi dovrebbero aprire una partita IVA rilasciando regolare ricevuta fiscale ai clienti, ed avere un servizio di consulenza contabile da parte dei commercialisti senza che questi ultimi possano incorrere nell'accusa di sfruttamento della prostituzione. Dopo che i Paesi europei hanno accettato di buon grado l'inserimento dei proventi illeciti da droga e prostituzione nel conteggio del Pil, non è davvero il caso di storcere il naso.

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