Il sindaco di Roma non parteciperà al suo funerale negli ultimi giorni evocato più volte dal «suo» Partito democratico. Chi si è messo in testa che Ignazio Marino fuggirà dal Campidoglio a gambe levate resterà deluso. Chi pensa che basteranno due parole del vicesegretario del Pd Guerini per spingere l'ex chirurgo ad accettare un altro incarico sbaglia di grosso. Altro che elezioni in primavera, come minacciano alcuni esponenti dei Dem locali. Altro che periferie inferocite. Altro che Panda rossa e multe annesse. Lui non lascia, raddoppia. L’interessato l’ha detto in chiaro, e fra le righe, in interviste a giornali e tv che non ci pensa lontanamente a farsi da parte. Anche perché se Marino è riuscito nella difficile impresa di ricompattare le correnti del partito contro di lui, le divisioni tra loro sono destinate a riemergere. Quanto può durare l’armonia in un partito in cui tutti pretendono di dettare la linea? E poi «se dovessero andare alle elezioni, quanti consiglieri, che ora protestano per la gestione Marino, sarebbero rieletti?» fa notare uno dei fedelissimi del sindaco. Insomma, sicuri che ai piddini in Aula Giulio Cesare convenga far naufragare la consiliatura? Sicuri che lo vogliano davvero? È una guerra di nervi più che una resa dei conti. I Democratici insistono affinché il sindaco cambi registro. Gli chiedono di azzerare la giunta (richiesta in parte legittima se l’obiettivo è quello di migliorare le competenze e l’energia del governo capitolino) e, soprattutto, di smettere di essere «un uomo solo al comando» sostenuto da un cerchio magico che non sarebbe all’altezza della situazione. A dire la verità, tutti i sindaci di Roma sono stati uomini soli al comando (...). Qualcuno si sarebbe mai permesso di sindacare le scelte di Veltroni, di Rutelli o di Alemanno? Qualcuno si ricorda più di tre nomi di componenti delle loro giunte? Marino non indietreggia di un millimetro e ostenta sicurezza. Ha realizzato da tempo che rischia di fare la fine dell’«allegro chirurgo» a causa dell’intreccio di interessi politici ed economici che attanaglia, da secoli, la Capitale. Ma non c’è un’altra strada. Al Pd che fa balenare la possibilità di candidare alle presunte elezioni anticipate il ministro degli Esteri Gentiloni, l’eurodeputato Gasbarra o la renziana ministro Madia, il sindaco contrappone le sue scelte. Innanzitutto la chiusura della discarica di Malagrotta e la realizzazione di un ecodistretto che renderà la Capitale in grado di trattare i propri rifiuti (che ora finiscono in Emilia Romagna e a Brescia). Poi la metro C, le pedonalizzazioni dei Fori imperiali e del Tridente. Ci sono anche il Ponte dei congressi e lo stadio della Roma. Infine il piano di rientro dal debito e i 110 milioni all’anno in più ottenuti per la Capitale dal governo. «E questo sarebbe un bilancio di un sindaco senza idee?» si chiede il sempre più solo Marino. L’ha riconfermato anche ieri nella trasmissione tv «In mezz’ora» di Lucia Annunziata: «Io mi sono trovato di fronte una città molto ricca da un lato e una città estremamente impoverita, quasi distrutta, nelle macerie. Io, di fronte a questo, mi sono rimboccato le maniche e ho deciso di fare un piano con le sole spese che ci potevamo permettere, tagliando gli sprechi e cercando nuovi investimenti. Io sono convinto che ce la posso fare, sono super convinto». Non ci sta nemmeno, il sindaco, a caricarsi le colpe della tensione sociale che attraversa mezza città per via dell’invasione di stranieri e dei servizi scadenti. Su Tor Sapienza, dove nei giorni scorsi è scoppiata la guerriglia, dopo aver preso fischi e insulti ha tagliato corto. Prima ha difeso i residenti («non sono razzisti») poi ha aggiunto: «È vero che negli ultimi 30-40 anni il quartiere è stato trascurato». Non ha risparmiato la stoccata al ministero dell’Interno: «Il caso Tor Sapienza è il risultato di 12 anni di gestione sbagliata del progetto di accoglienza elaborato dal Viminale». Ce l’ha con Alfano, e sotto sotto col prefetto. Ce l’ha con tutti. Glissa sul pasticciaccio delle multe alla sua Panda rossa, risponderà domani in Aula anche se avrebbe fatto meglio a pagarle ste benedette contravvenzioni. Di certo un paio di teste voleranno. Per il resto, sul voto anticipato di cui tutti, in tutti gli ambienti parlano, Marino la mette così: «Sono voci totalmente inesistenti che fanno parte di quel cicaleccio di cui si alimenta la politica che non è abituata a rimboccarsi le maniche». Un messaggio diretto soprattutto al Pd. Ma non solo. Marino parla anche al centrodestra. Soprattutto a quell’Alfio Marchini che scalda i motori, inaugura una nuova campagna di comunicazione sui muri di Roma (contro il Campidoglio che «dà i numeri») e prefigura un raffinato piano politico: una mega lista civica, appoggiata dai movimenti di centro e da Forza Italia, che possa portarlo alla conquista di Roma Capitale. Ma anche qui le cose si complicano perché Giorgia Meloni e Matteo Salvini non staranno a guardare. In politica i vuoti si riempiono sempre.
Il sindaco non lascia, raddoppia
di Alberto Di Majo
