Un Vietnam. Quando il Parlamento - il ramo non fa differenza - si esprime con il voto segreto, il governo va sotto. In questa stranissima XVII Legislatura è un assioma con eccezioni pressoché inesistenti. E a dover fare le spese con i franchi tiratori e l’inaffidabilità delle Aule parlamentari sono stati un po’ tutti, da Pier Luigi Bersani a Matteo Renzi, passando per Enrico Letta. L’imboscata, con il voto segreto, è molto più che probabile, insomma. È praticamente garantita. Soprattutto su materie delicate: elezione del Capo dello Stato e dei giudici costituzionali, riforme costituzionali, legge elettorale. Ogni qual volta Camera e Senato sono state chiamate a pronunciarsi a scrutinio segreto su temi che prevedevano accordi tra le segreterie dei partiti il messaggio ai leader è stato forte e chiaro: non c’è nulla di scontato, perché alla fine il singolo parlamentare appena può si riappropria della sua autonomia. E forse non è un caso che la decadenza da senatore di Silvio Berlusconi, con una forzatura regolamentare, sia stata votata palesemente. L’antifona s’era capita subito, sin dall’alba della legislatura. Bersani era partito per smacchiare il giaguaro, alle elezioni aveva riportato l’ormai storica «non vittoria» e doveva fare i conti col dopo-Napolitano. L’accordo Pd-Pdl si sgretolò subito sul nome di Franco Marini. L’intesa doveva essere blindata e l’ex presidente del Senato veniva accreditato dei favori del pronostico. Ma Marini al Quirinale non s’è mai avvicinato: al primo scrutinio è stato subito impallinato. Al secondo indem. Al terzo non s’è praticamente votato: schede bianche in sovrabbondanza. Così Bersani s’inventò la candidatura di Romano Prodi, invisa al Cav Italia certo, ma nelle intenzioni dell’ex segretario Dem doveva ricompattare i parlamentari democratici e attrarre voti da Sel, M5S e Misto. Neanche per sogno: mentre l’ex premier tornava dall’Africa sicuro di salire al Colle, la carica dei 101 franchi tiratori del Pd lo tagliava fuori, aprendo la strada al primo settennato bis nella storia della Repubblica, quello di Giorgio Napolitano, rieletto dal Parlamento in seduta comune il 20 aprile 2013. Anche Matteo Renzi, da quando è a Palazzo Chigi, ha dovuto fare diverse volte i conti con le imboscate parlamentari. Alla Camera il testo dell’Italicum uscito dal patto del Nazareno del 18 gennaio scorso, si è salvato solo grazie ai voti di FI e l’emendamento per la parità di genere uom-donna votato con scrutinio segreto fu bocciato per soli 2 voti. A luglio in Senato, invece, l’incidete riguardò il disegno di legge di revisione costituzionale. La battaglia sulla riforma del Senato imperversava duramente, con buona parte della minoranza bersaniana contraria al testo del governo e alleata delle opposizioni. Sull’accoglimento o meno delle innumerevoli richieste di voto segreto il presidente Pietro Grasso fu bersaglio delle critiche tanto dei renziani quanto delle opposizioni. Il 31 luglio scorso il governo andò sotto sull’emendamento che accordava al nuovo Senato la possibilità di legiferare su alcune materie eticamente sensibili, come testamento biologico e unioni civili. L’ultimo episodio è di questi giorni. Per eleggere due giudici della Corte costituzionale non sono bastati 22 scrutini. Il ticket Violante-Catricalà uscito dall’accordo Pd-FI è stato reiteratamente affossato, così come quelli Violante-Bruno e Violante-Caramazza. Alla fine il Pd ha eletto Silvana Sciarra solo grazie all’accordo con il M5S che ha portato a casa il membro laico del Csm, il grillino Zaccaria. FI è rimasta al palo: affossata la candidatura alla Consulta di Stefania Bariatti. Normale che Renzi adesso abbia di che temere: eleggere in questo contesto un Presidente della Repubblica in un clima di condivisione è pura utopia.
Quando l’Aula si trasforma in Vietnam
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