Politica

Cadde anche l’imbroglio degli invincibili atleti comunisti (dopati)

di Augusto Frasca

Un imbroglio durato trent'anni, da quando alle cicatrici ancora scoperte della guerra si aggiunse l'infamia di un muro, vittima, fra le tante, lo sport. Solo quando quel muro cadde sotto i picconi fu possibile sollevare il coperchio sul doping eretto a sistema e sulle micidiali procedure applicate per almeno tre generazioni di atleti nei laboratori della Germania est, vera e propria sentina di uno sport adulterato e gonfiato, fatto ostaggio dalle ragioni di uno Stato che legava nella sua mefitica filosofia comunismo e nazismo messi assieme. Tutto per offrire al mondo l'immagine di uno sport vincente su ogni campo di gara, naturale prodotto di una società ostentatamente reclamizzata come democratica, giusta, libera. Da quel novembre dell’89, insieme alla conferma dell’addestramento indiscriminato di atleti e dirigenti utilizzati all'estero quali spie viaggianti, iniziò a comprendersi quanti e quali fossero criteri e metodi di allenamento cui erano sottoposti gli atleti nei cantieri agonistici allestiti oltre il muro, prima tra essi la celebrata scuola tecnico-scientifica di Lipsia, dietro le cui porte mai tecnico o ricercatore del mondo occidentale poté mai infilare il naso. Impossibile quantificare l'entità dei trattamenti. Decine di migliaia, sicuramente. Giovanissimi resi avvilenti robot e fenomeni di fisicità dalla prima infanzia. Primati mondiali in atletica bloccati da decenni a prestazioni degne di superuomini da laboratorio: basti ricordarne due, inviolati dalla metà degli anni '80, il 47.60 sui 400 dalle gambe febbrili di Marita Koch e i 74 metri e oltre di Jürgen Schult nel lancio nel disco. Donne e uomini - esiste un elenco di 100 atleti sottoposti a particolari terapie di recupero - che a distanza di anni e in età matura pagano tuttora le conseguenze di metodi di preparazione che la medicina d’oggi non esita a classificare tra quelli causa di malattie psichiche. Tutto questa accadeva in un paese di appena 17 milioni di abitanti. Un Paese capace di contrastare e spesso di superare realtà e potenze demografiche di ben altra consistenza, quali Stati Uniti e Unione Sovietica. Prime avvisaglie nel ’72, ai Giochi di Monaco, terzo posto nel medagliere dietro Unione Sovietica e Usa, e nel ’76, 11 medaglie d’oro su 13 assegnate nel nuoto femminile, tratti di un percorso che nell’88 proietterà la Germania est immediatamente alle spalle dell’Urss e dinanzi agli americani. Tutto ciò accadeva nell’inerzia del Cio. Al contrario, con l’imbarazzante assegnazione a Manfred Ewald, ministro dello sport della Germania est, dell’Ordine olimpico, massima onorificenza dell’organismo internazionale. Solo nel 2000, a Germania da tempo unificata, lo stratega del doping di stato subirà la condanna a 22 mesi di libertà vigilata, nello stesso periodo in cui il governo decideva di riconoscere un indennizzo di 10mila euro agli atleti nei cui confronti erano state accertate pesanti conseguenze dei trattamenti subiti nella carriera agonistica.

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