Politica

Marò, una telefonata (non) allunga la vita

Anche il nuovo ministro Gentiloni, come primo atto, chiama i due soldati. Un rituale, inutile, che ripetono tutti i governi. Ma i militari restano prigionieri

Ma sarà vero che una telefonata allunga la vita, come dice la pubblicità? Di sicuro non accorcia le attese, visto che per i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone di telefonate ne sono state fatte tante, ma contro di loro pendono sempre accuse infamanti. Il neo ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ieri, il giorno dopo il giuramento al Quirinale, è arrivato presto presto alla Farnesina. Il saluto con Federica Mogherini, che gli ha lasciato il testimone prima di trasferirsi a Bruxelles e poi ha pensato ai due marò, uno, Girone, in India da quasi tre anni; l’altro, Latorre, temporaneamente rientrato in Italia per motivi di salute. «Le prime due telefonate sono state a loro», ha dichiarato il ministro, «per salutarli e per rinnovargli la continuità dell’impegno del governo». Un impegno che, ci ha tenuto a precisare, «è in cima alla nostra agenda», «del presidente del Consiglio e dei ministri degli Esteri e della Difesa». Sono le ultime telefonate di una lunga serie.     22 DICEMBRE 2012 Latorre e Girone, a dieci mesi dal mai chiarito incidente a largo dell’India, in acque internazionali, tornano in patria con un permesso speciale per il Natale. Il presidente del Consiglio Mario Monti chiama al telefono i due militari, si informa delle loro condizioni di salute, fa loro gli auguri di buone feste e conferma l’impegno del governo per una «definitiva soluzione del caso». Dopo averli incontrati, il ministro Terzi scrive su Twitter: «Grande emozione nel riabbracciare Massimiliano e Salvatore, valorosi servitori dello Stato».     9 APRILE 2013 La telefonata del «caso Marò», quella, direbbero a Roma, che ha portato una «sfiga terribile» è stata certamente tra l’allora premier Mario Monti e il suo collega indiano Manmohan Singh. Erano giorni terribili per Latorre e Girone, da poco rientrati in India tra le polemiche culminate, il 26 marzo, con le dimissioni del ministro Terzi. Gli succede, ad interim, lo stesso Monti. Singh per l’occasione proferì le seguenti parole: «Tale responsabile decisione da parte italiana contribuirà a rendere più sollecita una positiva soluzione del caso». Da allora è passato più di un anno e mezzo.     1 FEBBRAIO 2014 Molti dichiarano che servirebbe maggiore impegno da parte del Quirinale. Giorgio Napolitano alza il telefono e chiama: «Tornerete con onore», assicura. Ai tempi presidente del consiglio era Enrico Letta. Il Quirinale comunicò: La gestione del caso marò da parte dell’India è «sconcertante». «Napolitano – recitava il comunicato – ha condiviso l’impegno, già assunto anche dal premier, a dare il massimo rilievo politico internazionale a una vicenda gestita finora dalle autorità indiane in modi contraddittori».     22 FEBBRAIO 2014 Ormai sta diventando una mesta consuetudine: l’appena insediato presidente del Consiglio Matteo Renzi chiama i marò, poi, su Twitter: «Ho appena parlato al telefono con Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Faremo semplicemente di tutto». In una nota di palazzo Chigi Renzi ribadisce di aver espresso la propria vicinanza e determinazione perché i due militari possano presto tornare a casa. «Consideriamo il vostro caso una priorità, siamo pronti a fare tutto quanto è in nostro potere per arrivare il più rapidamente possibile ad una soluzione positiva». Segue a ruota il neo ministro degli esteri Federica Mogherini che chiama per «garantire vicinanza e massimo impegno». Poi in un tweet annuncia che le sue prime due telefonate sono state, rispettivamente, ai fucilieri (prima) e all’ambasciatore a Kiev (dopo) sull’Ucraina. E a proposito di telefonate ci sono anche quelle non fatte e che per questo «bruciano». A fine febbraio l’ormai ex ministro degli Esteri Emma Bonino, scaricata nel passaggio Letta-Renzi, protestava di essere stata fatta fuori senza nemmeno una telefonata. Cose che capitano.     11 AGOSTO 2014 Un’altra telefonata «pesante» fu quella tra il primo ministro Renzi e l’appena eletto premier indiano, il nazionalista Narendra Modi che, a due anni e mezzo dall’inizio del pasticcio diplomatico, invitò «la parte italiana a permettere un proseguimento del cammino del processo indiano» sottolineando che «la giustizia indiana è libera, giusta e indipendente» e «considererà tutti gli aspetti» del caso. Per fortuna non disse che è veloce.

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