Politica

Il racket delle camere mortuarie

Denunce, inchieste della Procura e appalti blindati da anni. Negli ospedali far west per gestire un giro d’affari milionario

Un esposto in Procura, un’inchiesta giudiziaria sulla quale il riserbo è strettissimo ma avrebbe portato già a decine di indagati, un giro d’affari milionario e una Regione che non legifera. È il racket delle camere mortuarie nella Capitale, dove due-tre agenzie di onoranze funebri riescono ad accaparrarsi tutti gli appalti in Asl e ospedali e le altre ne vengono sistematicamente estromesse, tanto da arrivare a presentare denuncia a Piazzale Clodio. Ogni anno in Italia decedono circa 650mila persone, di cui circa 26mila nella sola Capitale e l’80% delle morti avviene in ospedale. Ogni funerale costa mediamente tremila euro, quindi il giro d’affari per dare una degna sepoltura al proprio caro estinto si aggira intorno agli 80 milioni di euro solo a Roma. La fetta più grande della torta va a chi gestisce i servizi legati alla gestione delle camere mortuarie degli ospedali, per ovvi motivi. Occupandosi della camera mortuaria, l’agenzia funebre incaricata del servizio di igienizzazione arriva prima sul cliente. E se ne sentono di tutti i colori: alcune famiglie ad esempio sono state avvisate della morte di un parente non già dal personale sanitario, ma dalla ditta di onoranze funebri interna. Perché ovviamente chi gestisce le camere mortuarie riesce anche a sapere prima chi muore, perché incaricata di recarsi nei reparti e prendere in carico la salma per portarla in camera mortuaria. Tradotto: il 90% dei funerali per i decessi avvenuti nel 2012-2013 al San Camillo è stato svolto da tre aziende. Stessa cosa al Pertini. «A questo punto non ci resta che sperare nel procuratore capo di Roma Pignatone, è lui la nostra unica speranza», dice Mario Menicucci, presidente del Codiof (il Comitato diritti operatori funerari) e consigliere nazionale referente per Roma e Provincia della Feniof, la Federazione Nazionale Imprese funebri. Le imprese legate alla Feniof - oltre cinquecento - da anni denunciano l’irregolarità dei bandi di gara della Regione Lazio. E questo nonostante 13 Regioni già abbiano varato una legge che vieta alle imprese di onoranze funebri di partecipare alle gare d’appalto per la gestione delle camere mortuarie, in ottemperanza a vari pronunciamenti dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Le linee guida varate a suo tempo dall’ex governatrice Renata Polverini sono invece inapplicate. «Abbiamo presentato una proposta di legge, ma la risposta della Giunta ci ha lasciato con l’amaro in bocca - spiega Menicucci - La Regione Lazio ci ha proposto di accettare la presenza degli operatori funebri nelle camere mortuarie prospettandoci una sorta di regolamentazione per la quale ogni impresa avrà un ospedale da gestire senza la possibilità di rinnovare l’appalto, così da garantire una turnazione. In pratica si vuole legalizzare quel che accade, cioè consentire alle imprese funebri di ottenere l’appalto previo pagamento di un compenso annuo e in cambio consentirgli di stazionare all’interno della camere mortuaria. Ma questo ha provocato già storture nel sistema di libera concorrenza. Noi chiediamo l’internalizzazione del servizio, perché è un obbligo dell’ospedale e un diritto della cittadinanza. Tuttavia, siamo anche disposti a sostenerne i costi pagando un ticket». Lo stesso Consiglio di Stato in passato ha lamentato l’assenza di una legislazione regionale chiara e il risultato è un sistema poco trasparente. «Se i defunti - spiega ancora Meniucci - vengono portati in camera mortuaria e qui c’è un gestore che svolge anche l’attività funebre evidentemente quest’ultimo ha una forte corsia preferenziale. La politica del malaffare continua a farla da padrona e la Regione fa melina». Il Lazio è una delle ultime 5 Regioni a non aver ancora legiferato in materia. A Roma così non c’è un testo che regolamenti in modo chiaro e trasparente e moderno questo settore dell’economia. Il motivo? Economico: le imprese funebri della Feniof e della Federcofit chiedono la divisione dei ruoli, in pratica che le camere mortuarie non vengano gestite da imprese funebri, ma dalla stessa Asl o azienda ospedaliera. Ma il servizio sanitario regionale non ha i soldi. Di qui la proposta della Feniof: far pagare un ticket a carico delle imprese. L’alternativa è mettere a rischio 2.500 posti di lavoro, a meno che le imprese funebri non comincino a vendere funerali ai vivi, prima cioè che entrino in un ospedale. E sta già avvenendo. Il racker del caro estinto fu tirato fuori da Il Tempo nel novembre 2012, quando cinquanta imprese funebri occuparono la camera mortuaria del Pertini per dire no al «cartello dei funerali». Ci furono poi i casi del San Camillo Forlanini, del Sant’Eugenio, del Cto, del San Filippo Neri, del Sant’Andrea, del Santo Spirito e dell’ospedale di Bracciano, ospedali presidiati da anni h24 da una sola agenzia funebre. Una situazione che finì sotto la lente della Procura: l’inchiesta è tuttora in corso.

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