Politica

Governo e Regioni Scontro Sel-Pd

I vendoliani attaccano l’esecutivo. A rischio l’alleanza negi enti locali

Alta tensione tra Partito democratico e Sel. In gioco i rapporti tra i vendoliani e la linea del governo guidato dal segretario Pd Matteo Renzi, ma anche gli equilibri locali. A dar fuoco alle polveri ci pensa Massimiliano Smeriglio, vicepresidente della Regione Lazio guidata da Nicola Zingaretti e fedelissimo del governatore uscente della Puglia. Su Twitter, commentando i dati negativi sull’occupazione, Smeriglio scrive: «Dati #istat confermano aumento disoccupazione ma per governo #Renzi priorità è tagliare diritti. Ancora non pervenuto piano industriale #sel». Chiaro il riferimento al Jobs Act, alla battaglia sull’articolo 18 e allo scontro con la Cgil. Per il Pd, però, le parole di Smeriglio sono la goccia che fa traboccare il vaso. David Sassoli, vicepresidente del Parlamento europeo, secondo degli eletti Pd nell’Italia Centrale dietro alla capolista Simona Bonafè, replica netto, affidando il proprio pensiero a un tweet: «Se #Sel pensa che governo @matteorenzi tagli i diritti, come si fa a governare col #Pd? Un po’ di coerenza alla @RegioneLazio @maxsmeriglio». La situazione è esplosiva. Per vari motivi. Partiamo dal contesto nazionale. Lo scorso 30 luglio un altro «cinguettio» del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti - additato come il miglior amico di Renzi - aveva scatenato la polemica con Sel. Per Lotti, la posizione di Sinistra ecologia e libertà sul governo, preclude la possibilità di alleanza sul territorio. Arrivò puntuale la replica di Vendola, secondo che accusava Renzi di voler mettere fine al centrosinistra con un tweet e minacciava il Pd, colpevole di «rompere in tutta Italia l’alleanza con Sel». Ma tra il dire e il fare, si sa, ce ne passa. Così alle ormai imminenti regionali in Calabria, Sel non se l’è sentita di sciogliere l’alleanza col Pd. Morale: tutti uniti sotto le insegne del candidato presidente Mario Oliviero. E pazienza se ci sia un altro candidato si sinistra, Domenico Gattuso, che già s’era candidato alle europee con la lista Tsipras - che conteneva Sel - e che sarà costretto a correre da solo, sostenuto da Rifondazione nella lista Altra Calabria che rievoca appunto la lista Altra Europa con Tsipras. Stesso discorso anche per l’Emilia Romagna, altra regione prossima al voto. Anche qui c’è una lista che si rifà a Tsipras, l’Altra Emilia Romagna, che candida come presidente Cristina Quintavalla. Ma Sel non la sosterrà, visto che i vendoliani sono in coalizione con Stefano Bonaccini, fedelissimo di quel Matteo Renzi che tanto non piace come presidente del Consiglio al partito del governatore pugliese. Ci sono poi altre regioni che andranno al voto in primavera: la stessa Puglia, la Campania, la Toscana, le Marche, l’Umbria, il Veneto. Dove governa, il Pd ha in maggioranza Sel: non sarà facile andare a ridiscutere le diverse posizioni locali e farle coincidere con le scelte nazionali. Delle due l’una: o il Pd si tura il naso e accetta la politica dei due forni o si va verso la rottura. Un’ipotesi, quest’ultima, poco probabile viste le giravolte di Sel in Emilia e Calabria, dove i vendoliani hanno abbandonato il progetto Tsipras sposato alle europee per non spaccare l’alleanza. Per non parlare delle altre regioni in cui si è votato da poco. Tra queste il Piemonte guidato da Sergio Chiamparino - in maggioranza ci sono due consiglieri vendoliani - e il Friuli Venezia Giulia governato da Debora Serracchiani, che è anche vicesegretario del Pd, quindi di Renzi. In Piemonte il Pd riesce nella difficile impresa di amministrare un territorio in coalizione con un partito dichiaratamente anti-Tav, mentre a livello nazionale il governo - e quindi il Nazareno - sostengono convintamente la linea di altà velocità Torino-Lione. Una contraddizione non da poco. C’è poi il caso Lazio. Che vuol dire Roma. La posizione di Ignazio Marino è sempre più critica, Sel finora ha sempre sostenuto il sindaco e continuerà a farlo. Ma fino a che punto? È evidente che i vendoliani vogliono garanzie, soprattutto sul dopo-Marino. Il che vuol dire un candidato che blindi l’alleanza Pd-Sel, garantendo l’attuale sincronia Campidoglio-Regione. Un quadro che contrasta però con l’orizzonte nazionale e Roma ha sempre anticipato o è andata di pari passo al quadro di coalizione. Il Pd Lazio poi dovrà presto eleggere il nuovo segretario e la maggioranza che si profila dovrebbe ricalcare quella del partito nazionale, cioè renziani, AreaDem e NoiDem, con gli ex Ds nell’angolo. Quale scenario ipotizzare? Sel non accetterebbe una coalizione allargata al centro. Renzi, dal canto suo, culla l’idea del Pd partito-Nazione, autosufficiente a se stesso. I Dem, poi, non ne possono più dei continui attacchi al governo da parte di Vendola. Sel si è spaccata - con 13 deputati entrati nel Pd - proprio sul sostegno all’esecutivo, sul voto al provvedimento degli 80 euro. A ben vedere, la questione tirata in ballo da Sassoli è tutt’altro che peregrina e dovrà essere sciolta, al più tardi alla fine dei mille giorni delineati come orizzonte di legislatura da Renzi. Per le politiche il riassetto del quadro politico sarà realizzato e a quel punto potrebbero essere tante le Regioni e i Comuni a tornare al voto.

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